mercredi 11 décembre 2019

Esempi di Frasi idiomatiche italiane

Alcune espressioni idiomatiche
  • Fare i conti senza l'oste.
    Agire senza considerare le possibili difficoltà.
  • È inutile piangere sul latte versato.
    È inutile lamentarsi/pentirsi dopo/per aver fatto qualcosa.
  • Dormire sugli allori.
    Adagiarsi.
  • Avere un chiodo fisso.
    Avere un'idea fissa / una fissazione.
  • Avere la testa fra le nuvole.
    Essere distratti.
  • Fare orecchie da mercante.
    Far finta di niente, di non ascoltare.
  • Essere un libro aperto per qualcuno.
    Non avere segreti.
  • Cercare un ago in un pagliaio.
    Si usa quando è difficile o quasi impossibile trovare qualcosa.
  • Trovare il pelo nell'uovo.
    Cercare ogni scusa.
  • Avere paura della propria ombra.
    Aver paura di tutto.
  • Alzarsi con il piede sinistro.
    Essere di cattivo umore. Anche, incorrere in una serie di contrattempi.
  • Avere un diavolo per capello.
    Essere particolarmente nervosi/arrabbiati.
  • Gettare la spugna.
    Arrendersi.
  • Conoscere qualcosa o qualcuno come le proprie tasche.
    Conoscere benissimo qualcosa o qualcuno.
  • Non promettere mari e monti.
    Non fare promesse che non si possono mantenere.
  • Mettere qualcuno in riga.
    Imporre la disciplina a qualcuno.
  • Non tutte le ciambelle escono col buco.
    Non sempre le cose riescono come si vorrebbe.
  • Fare l'avvocato del diavolo.
    Sostenere idee e opinioni in contrasto con quelle altrui per dimostrarne l'inconsistenza.
  • Avere l'argento vivo addosso.
    Essere molto vivaci ed irrequieti.
  • Avere le ali ai piedi.
    Correre molto velocemente.
  • Essere pazzo come un cavallo.
    Essere completamente pazzo.
  • Salvarsi per un pelo.
    Salvarsi all'ultimo minuto, appena in tempo.
  • Avere l'aspetto di un cane bastonato.
    Avere l'aspetto di una persona che è stata maltrattata/criticata aspramente.
  • Chi la dura la vince.
    E' importante perseverare per raggiungere i propri obiettivi.
  • Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.
  • Mogli e buoi dei paesi tuoi.
    Meglio sposare una persona del proprio Paese, perché è più facile capirsi.
  • Meglio soli che mal accompagnati.
    E' preferibile restare soli piuttosto che frequentare cattive compagnie.
  • Meglio tardi che mai.
  • Trovare l'America.
    Trovare il posto (o la persona) migliore in assoluto.
  • Ampliare i propri orizzonti.
    Ampliare le proprie opportunità.
  • Piovere sul bagnato.
    Quando una persona già ricca continua ad arricchirsi.
  • Restarci di sasso.
    Essere stupiti.
  • Morire dalla voglia di...
    Non riuscire ad aspettare.
  • Lavarsene le mani.
    Fregarsene, disinteressarsi, infischiarsene.

La competenza culturale e le sue diverse componenti nell'attuazione della prospettiva azionale.

La competenza culturale e le sue diverse componenti nell'attuazione della prospettiva azionale.

Introduzione

Questo lavoro di ricognizione a proposito dell'approccio azionale in ambito della didattica delle lingue nasce dalla recensione di due conferenze tenute dal didatta Christian Puren. La presa di posizione di Puren a proposito della competenza culturale prende spunto dal bisogno di avere un modello di competenza culturale in sintonia con il nostro periodo storico. In altri termini tale componente necessita l'integrazione di altre componenti, ossia la competenza interculturale, la competenza pluriculturale e co-culturale. L'aggiunta di queste componenti sono necessarie per essere in sintonia con le richieste del Qcer per affrontare le sfide del contesto europeo, vale a dire il vivere insieme e l'agire insieme in un Europa multilingue e multiculturale.

Dalla rappresentazione alla concezione

Nell'articolo di Chrstian Puren viene proposto un modello per definire la competenza culturale con le sue varie componenti, ossia la competenza interculturale intesa come la capacita' di individuare le varie incomprensioni che appaiono durante i primi contatti con persone di altre culture, per via delle sue precedenti rappresentazioni e per via delle sue interpretazioni legate al proprio vissuto culturale. L'ambito privilegiato per analizzare la componente interculturale sono le rappresentazioni durante un incontro comunicativo. Queste rappresentazioni si ritrovano solitamente nel metodo comunicativo.
Nel contesto educativo europeo è stata proposta una didattica del plurilinguismo dal periodo degli anni 90 fino al 2000 con la tematica della componente pluriculturale, ossia la capacita' di vivere armoniosamente in una società multiculturale, con persone di varie culture. Questa e' una forma di attitudine/comportamento che si sviluppa con la competenza pluriculturale. Il tema del " vivere insieme" invece nell'ultima decade diventa l'obiettivo finale. Dal 2000 in poi, Puren osserva la necessita' per una componente co-culturale, vale a dire la capacità di agire efficacemente per un lungo periodo con delle persone con culture molto o parzialmente diverse dalla nostra, e pertanto di adottare o creare una cultura di azione condivisa ( co-culturale). Insomma, Per Puren appare chiaro come la prospettiva sia quella di agire insieme dopo una prima fase di ricognizione e accettazione delle differenze culturali presenti tra i membri del gruppo ( tale a priori rimane ancora molto contestabile data l'assenza di riconoscimento delle differenze nello spazio sociale).

Critiche alla componente interculturale

Spesso c'è un approccio di tipo oppositivo tra competenza culturale e competenza interculturale dimenticando il fatto che esiste già molta interculturalita' all'interno di una stessa cultura. Ogni cultura vive procedimenti di interculturazione, cosi come ogni cultura nazionale e' composta da varie sottoculture, soprattutto per quel che riguarda la cultura di genere, generazionale, professionale, regionale e straniere tanto per riprendere i concetti espressi da Porcher e Abdallah-Pretceille ( 1996, p.18).
Puren esemplifica esprimendo il fatto che per avere dei contatti interculturali occorrono delle culture diverse e pertanto una situazione di tipo multiculturale, dove tali contatti per durare nel tempo necessitano che ci sia un minimo di interesse in comune, il quale rinvia ad un minimo di valori condivisi, come ad esempio l'apertura verso l'altro e l'arricchimento tramite la scoperta dell'altro. Questi valori rientrano nella componente transculturale.
In dissonanza con Puren si può sostenere come la dimensione interculturale sia il dialogo delle differenze, vale a dire il riconoscimento per l'altro del diritto di mantenere delle differenze nei confronti dell'altra cultura. Questo punto, invece, per Puren coincide con la dimensione " multiculturale".

- Un altro importante di criticità verso l'intercultura per Puren è il fatto che l'incontro tra due persone non necessariamente si svolgerà nel riferirsi alla propria cultura d'origine per parlare di se stessi.
 Nel mondo occidentale, gli individui sono diventati molto autonomi e vivono delle esperienze cosi diverse che la loro cultura diventa un " crogiolo" personale di elementi differenti che scelgono loro per creare una propria identità originale. In questa dimensione possiamo citare i lavori del sociologo Bernard Lahire " L'homme pluriel" (1998) e " la culture des individus: dissonances culturelles et distinction de soi" ( 2004).
Per Porcher e Abdallah-Pretceille bisogna considerare l'incontro tra due persone di varie culture come principalmente un dialogo intersoggettivo dove le persone faranno ricorso sia a elementi culturali e linguistici per caratterizzarsi individualmente. Da questi lavori emerge come le persone usino la cultura per raccontarsi e per dirsi e non tanto la cultura come modo di determinare il proprio comportamento. In altre parole bisogna superare il concetto di strategie identitarie tra le persone per raggiungere un concetto di strategie relazionali durante lo scambio tra le persone.

Approccio azionale

Nell'ambito dell'approccio azionale, il compito dell'insegnamento sarà quello di definire delle strategie collettive di insegnamento-apprendimento per favorire l'agire insieme.
Per Puren, il mutamento avvenuto per questo passaggio di componente nella didattica si colloca sul piano macro-situazionale, ossia negli anni 70 l'approccio comunicativo era funzionale al dialogo tra paesi stranieri dove ci si recava per viaggi brevi, ma ora il contesto educativo europeo prevede un'Europa multilingue e multiculturale dove gli studenti dovranno vivere. Pertanto e' stato ottenuto un cambiamento di " agire sociale di riferimento". Oggi lo studente va preparato non soltanto a brevi e occasionali incontri con l'altro, ma a "vivere e agire insieme" con gli altri in una prospettiva temporale di ampia durata. La prospettiva odierna è quella di tipo ripetitiva, durativa, imperfettiva e collettiva. Il quadro di riferimento esplicita che la prospettiva privilegiata vede l'utente e l'apprendente di una lingua come attori sociali capaci di compiere dei compiti, e questi compiti possono essere molto semplici o complessi: ad esempio come spostare un armadio, scrivere un libro in classe, fare prevalere la mia decisione nella negoziazione del contratto, fare una partita di carte, ordinare un piatto al ristorante, tradurre un testo in lingua straniera o preparare in gruppo un giornale di classe. Questi esempi di compiti vengono ripresi dai vari ambiti educativi del quadro europeo.
Per il vivere insieme, gli autori del quadro introducono due competenze specifiche, una di tipo linguistica ( competenza multilingue), l'altra culturale ( competenza pluriculturale) e aggiungono una nuova competenza linguistica e culturale, la mediazione.
Per Puren ( 2011) per essere culturalmente competente tramite un agire di lunga durata come avviene nel " vivere in società" con altri cittadini in situazione quali il lavoro o la formazione permanente, sarà necessario nell'apprendimento collettivo di una lingua-cultura straniera creare una co-cultura d'azione comune per aderire ad una dimensione di tipo co-culturale. Pertanto bisogna mettersi d'accordo sulle attitudini e comportamenti accettabili per tutti per essere in sintonia con una dimensione di tipo pluriculturale. Rimane sempre molto utile prendere le distanze nei confronti della propria cultura e di essere attenti alle incomprensioni e interpretazioni erronee sempre possibili tra persone di varie culture. Questa e' la competenza interculturale che va accompagnata dall' avere delle buone conoscenze sulle altre culture ( metaculturale) per poi cercare di condividere dei valori universali che esulano dai valori specifici utilizzati nell'agire insieme. Quest'ultimo traguardo viene detto come dimensione di tipo transculturale. Per Puren, le classi di lingue sono a loro volte delle micro-società, con il loro multilinguismo e multiculturalismo dove gli apprendenti devono imparare a vivere e lavorare insieme, e il modo migliorare di formare alle competenze culturali in un mondo complesso è sicuramente quello di organizzare dei corsi in modo tale che le classi non siano soltanto un ambiente di preparazione alla società esterna ma anche un mondo di allenamento immediato a delle componenti che sono presenti nelle varie culture.

Cultura sociale e cultura professionale del docente

Per Puren, nell'approccio azionale bisogna intendere la cultura d'insegnamento e la cultura di apprendimento come due culture professionali. Un corso di lingua è a tutti gli effetti un lavoro in comune, un progetto di tipo " collettivo". L'approccio azionale prevede di superare il concetto di rappresentazione dell'altro per arrivare ad una " concezione" dell'azione nello spazio sociale, vale a dire un insieme operativo di valori, finalità, obiettivi, principi, regole, norme, modi e criteri di valutazione dell'agire nello spazio sociale. Nella prospettiva azionale diventa essenziale per lavorare con l'altro adottare un insieme di concezioni comune per compiere l'azione di tipo collettiva.
In un'aula sarà necessario una cultura didattica, nel senso di una cultura comune di apprendimento-insegnamento tra l'insegnante e gli studenti. Questa cultura didattica deve essere l'insieme di concezione condivise tra insegnante e apprendenti. Puren propone uno schema per rispondere alla domanda: da dove viene la cultura di un insegnante?
Per provare a rispondere a tale quesito, Puren offre un modello in cui entrano in gioco, la cultura sociale dell'insegnante, ossia la società in cui è cresciuto, la sua formazione iniziale, le sue esperienze personali di apprendimento e le sue caratteristiche personali ( personalità, carattere).
Tutto questo può essere definito di cultura " ereditato" o " cultura prodotto". In un secondo momento, il modello di Puren per definire la cultura dell'insegnante parla di " cultura procedimento", ossia i momenti di formazione permanente ( spesso occasionali) ma soprattutto si fa spesso l'esperienza sulla propria pelle dei confronti tra cultura d'insegnamento e cultura di apprendimento. Questo aspetto di ricorsività per dirla alla Edgar Morin è molto presente nel lavoro di insegnante, il quale deve essere capace di insegnare e di osservare gli effetti del suo insegnamento sull'apprendimento in modo da modificare il suo insegnamento.

L'agire educativo come agire sociale

Nell'approccio azionale, gli apprendenti sono considerati ormai come dei veri attori sociali nel loro apprendimento in aula, intesa come una reale microsocietà a tutti gli effetti.
L'approccio azionale è realizzato da compiti intesi come " azioni collettive" da compiere tramite degli atti linguistici durante delle attività linguistiche in un dato contesto sociale, il quale è l'unico luogo capace di conferire pienamente significato alle nostre azioni.
Tuttavia Puren lamenta l'assenza nella prassi educativa della componente co-culturale, ossia la possibilità di avere un progetto in comune come società. Questo aspetto si trova ad essere ampiamente in sintonia con la concezione francese della società. in cui non è sufficiente " vivere insieme" ma occorre un progetto in comune, un " fare insieme".
Questa concezione del " fare insieme" si trova in un periodo di grossa criticità per via del dilagare di un modello di società sempre più individualista e comunitario. Questo approccio azionale ha la sua forza nella sua intenzione di definire "insieme" la nostra concezione di società, degli stranieri, della scuola, del lavoro, dello sciopero, della politica e pertanto dello star insieme.

Conclusione

Il lavoro di Puren ha messo in luce i punti di forza dell'approccio azionale come nuovo orizzonte didattico in cui collocare l'apprendimento di una lingua straniera. Allo stesso modo ha reso esplicito il superamento della predominanza di un approccio di tipo interculturale fondato sulla conoscenza e valorizzazione delle differenze tra le varie culture per arrivare ad un metodo didattico incentrato sull'agire insieme per trasformare collettivamente la società. Tale approccio ha sicuramente una valenza molto positiva ma corre il rischio, a mio modo di vedere, di archiviare troppo velocemente il bisogno di competenze meta-culturali all'interno della società. Resta lodevole l'obiettivo di vivere in armonia tra gruppi sociali che purtroppo si percepiscono e si vivono come gruppi sociali portatori di relazioni profondamente asimmetriche.
Questo riconoscimento delle differenze culturali non è veramente preso in conto ancora oggi e pertanto il suo superamento mi pare un'azione didattica certamente non pacifica.



Sitografia

https://ler.letras.up.pt/uploads/ficheiros/13060.pdf

http://www.rpkansai.com/bulletins/pdf/024/073_087_Puren.pdf

mardi 10 décembre 2019

Tra moglie e marito, non mettere il dito PROVERBIO

Significato tra moglie e marito, non mettere il dito

Tra moglie e marito, non mettere il dito significa : Il proverbio spiega che non bisogna intromettersi nelle liti e nei rapporti tra persone molto legate tra loro.

 

Spiegazione

Il proverbio "Tra moglie e marito non mettere il dito" sta a significare che non bisogna impicciarsi negli affare di famiglia che non sia la propria, perché i problemi di coppia sono talmente intimi da poter essere giudicati soltanto da marito e moglie.

Se ci venisse chiesto un consiglio, si può cercare di dare un parere oggettivo e casomai provare ad aprire meglio gli occhi ad entrambi... ma ciò è possibile farlo sempre se è richiesto e capito allo stesso modo con cui viene detto, perché la rabbia tende a far recepire il messaggio in modo da portare vantaggi solo per se stessi. Altrimenti è meglio rimanerne fuori con la speranza che tutto si sistemi.

Per i più duri di testa, il proverbio Tra moglie e marito non mettere il dito è un modo carino per dire farsi i propri affari.


Altri usi

Tale proverbio può essere utilizzato anche al di fuori di una coppia sposata, anche in una discussione tra fidanzati non bisognerebbe impicciarsi per non peggiorare la situazione... infatti loro potrebbero risolvere i problemi addossandovene la colpa per i consigli sbagliati e inopportuni e voi potreste perdere un'amicizia.

Il detto può valere anche se ci si intromette fra due amici che bisticciano, senza essere un loro amico. È questo il senso del proverbio: lasciare che quelli che si vogliono bene, chiariscano da soli i loro problemi; da fuori, faremmo del male solo a noi stessi prendendo posizione a favore di uno di due.

 

ESEMPI DI COMPITI CON APPROCCIO AZIONALE IN CLASSE

Compiti finali A1

• Creare e compilare un modulo d’iscrizione • Realizzare un fumetto o un fotoromanzo con saluti e presentazioni


Compiti finali • Presentare un familiare, o un amico, o un vicino • Presentare un modello di famiglia del proprio paese


Compiti finali • Trovare il compagno con cui si condividono gusti e interessi • Realizzare un’infografica sui gusti della classe

Compiti finali • Intervistare un compagno e decidere che tipo di vita fa • Fare la lista delle cose che vi rendono felici la domenica

 Compiti finali • La spesa tipica di una famiglia del proprio paese • I prodotti più comprati della classe


Compiti finali • Intervistare un compagno e scrivere il suo CV dei prossimi 20 anni • Raccontare un fatto con lo stile prescelto (notizia seria, gossip…)


Compiti finali • Scrivere un commento per un sito di viaggi • Promuovere una città o un quartiere

Compiti finali • Il regalo che ti è piaciuto di più • Scegliere un regalo da fare all’insegnante

A2

Compiti finali • Presentare un compagno di classe • Presentare tre cose indispensabili nel tuo Paese

 Compiti finali • Arredare gli spazi di una scuola: biblioteca, mensa, cucina, sala lettura, aule • Presentare e confrontare il design di varie epoche

Compiti finali • Fare un cartellone con i ricordi della scuola primaria • Preparare la presentazione di una decade della moda nel tuo Paese


Compiti finali • Creare uno spazio virtuale della classe in cui offrire servizi • Presentare un'attività fai da te che ti piace o che ti piacerebbe imparare

Compiti finali • Scambiarsi consigli sulla gestione del tempo • Immaginare e presentare una società del futuro funzionale e sana

Compiti finali • Fare un'infografica sulle abitudini d'acquisto e i prodotti più comprati della classe • Preparare l'annuncio di un oggetto usato da vendere online


Compiti finali • Descrivere varie tipologie di turisti • Raccontare un'esperienza di viaggio particolare o memorabile

Compiti finali • Redigere il decalogo civico della classe • Scrivere la propria opinione su un tema di civismo

B1

• Preparare un test di personalità per l’insegnante • Elaborare una playlist per un momento della giornata

 • Elaborare un volantino per promuovere un'attività fisica • Raccontare la storia di uno sportivo

Presentare un progetto di recupero di uno spazio in disuso • Creare un oggetto con materiale riciclato

• Proporre un progetto di domotica per la classe • Redigere una notizia di argomento scientifico

Creare un evento gastronomico dedicato a una regione italiana • Scrivere la ricetta di una tua specialità


• Partecipare a un recruiting day • Redigere una lettera di motivazione

• Scrivere un poema a più mani • Scrivere la cronistoria di un'epoca importante del proprio Paese

• Organizzare un itinerario di viaggio in Italia • Descrivere un sito d’interesse


Preparare il programma culturale della classe • Scrivere la trama commentata di un libro o di un film

B2

• Proporre una filosofia di vita alternativa • Organizzare il proprio anno sabbatico
• Creare uno spot per trasmettere dei modelli sociali realistici • Scrivere una poesia
Fare un proposta per modernizzare una tradizione • Scrivere un articolo di opinione su un’opera architettonica contemporanea

 Redigere un manifesto contro il sessismo • Creare e sostenere una campagna di sensibilizzazione per il rispetto degli animali

• Partecipare a una riunione di un’associazione di consumatori • Redigere un testo argomentativo su pro e contro dell’era 2.0

• Elaborare un "Lo sapevi che?" su mentalità e comportamenti green • Fare un TED Talk su un’iniziativa sostenibile

• Realizzare un reportage “Sulle tracce di…” • Raccontare la storia di un ristorante in cui si fondono diverse tradizioni culinarie

• Realizzare un progetto per una mostra sul tema dell’identità • Raccontare una storia di emigrazione o immigrazione in cui si è realizzata l’integrazione culturale

• Scrivere e rappresentare una scena teatrale • Ideare la striscia di un fumetto per un concorso

IDEE tratte da Al Dente, corso di lingue della CDL








lundi 9 décembre 2019

VALUTAZIONE PROVA ORALE



vedi queste pagine 
 
pag 36  56 72  76 79
https://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/books/978-88-97735-90-8/978-88-97735-90-8.pdf


http://www.liceogalileinapoli.edu.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/09/griglie-dpt-lingue-straniere.pdf

Griglia di osservazione per le abilità orali comprende il significato delle parole1 2 3 4 5comprende le frasi del discorso1 2 3 4 5possiede il vocabolario necessario per svolgere l’attività1 2 3 4 5usa appropriatamente la gamma di parole conosciute1 2 3 4 5possiede le strutture adeguate per svolgere l’attività1 2 3 4 5interagisce nello scambio1 2 3 4 5produce discorsi estesi1 2 3 4 5cerca di utilizzare più lingua possibile per comunicare1 2 3 4 5usa creativamente le espressioni imparate1 2 3 4 5comprende il linguaggio non verbale1 2 3 4 5possiede una velocità d’eloquio che non comprende troppe pause1 2 3 4 5possiede una pronuncia e un’intonazione comprensibili1 2 3 4 5


esercizi di grammatica

 https://www.eurobooks.co.uk/pdf/Perfetto-1-30400.pdf

http://www.yyzero.com/italiano/libri/facile/Facile-A1.pdf

PROVERBIO DEL GIORNO: A buon intenditor poche parole

A buon intenditor poche parole

A buon intenditor poche parole è un proverbio italiano fra i conosciuti e utilizzati; il suo significato è piuttosto chiaro: se una persona è intelligente, non ha certo bisogno di molte spiegazioni per capire un certo concetto, anche se questo viene espresso in modo sommario e con pochi indizi.
L’espressione può essere utilizzata con due diverse finalità, sia propriamente, per affermare che non c’è bisogno di dilungarsi con tante spiegazioni o dettagli perché quello che si vuole dire è di per sé abbastanza chiaro o intuitivo, sia con toni di avvertimento o di minaccia (“Ha capito benissimo a cosa sto alludendo…”; “Ci siamo capiti, vero? Si regoli di conseguenza!”).
(“La Bce, quindi, non può che proseguire con le sue misure eccezionali, però i Paesi che non hanno spazio fiscale «non devono cercarlo dove non ce l’hanno ma lavorare sulla composizione della spesa». A buon intenditor poche parole”; La Stampa, 6 febbraio 2017).
a buon intenditor poche paroleSpesso, sia nel linguaggio scritto che in quello parlato, la frase viene lasciata in sospeso (A buon intenditor…).

Il mito di Vittorio Gassmann: il caso del Mattatore


Il mattatore con Vittorio Gassmann

Il mito di Gassman: l’attore e l’uomo

di Gianni Sarro


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Roma 1952, al teatro Valle va in scena Amleto riscuotendo un grandissimo successo; 1958, 1959 e 1961, il cinema italiano sforna tre capolavori, s’intitolano I soliti ignoti, La grande guerra e Il sorpasso. La liaison tra questi avvenimenti, è l’attore che ne è protagonista: Vittorio Gassman.
La carriera teatrale di Gassman ha inizio nel 1943, quando recita ne La nemica; da quel momento la leggenda non si è più fermata, ha marciato a ritmi vorticosi attraverso Shakespeare, Sofocle, Alfieri, Kafka, Pirandello, recital di poesia…
Al cinema il boom è meno immediato, arriva quando Gassman ha già 36 anni ma I soliti ignoti (1958), Il sorpasso (1962), L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle crociate (1970) sono stati grandissimi successi e di cui il Mattatore ebbe a dire che erano: “tra i pochi film che brucerei malvolentieri”.
Gassman aveva tutto per essere un grande attore, il fisico atletico, una faccia da statua classica, una voce inconfondibile e indimenticabile, l’aria da bel mascalzone; condite il tutto con una buona dose d’egocentrismo ed esibizionismo e il cocktail esplosivo è servito.
Gassman deve la sua affermazione nel cinema a due maschere indossate grazie alla collaborazione con Mario Monicelli (che ebbe la brillante intuizione d’imporlo come attore comico, lui grande attore drammatico) e Dino Risi.
Con il primo Gassman indossa la maschera popolaresca: “il Mattatore” è un fanfarone (L’armata Brancaleone), un tartaglione vanaglorioso ed incapace (I soliti ignoti) che sfodera l’arroganza per coprire un’evidente timidezza.
Uno dei più stimati critici cinematografici italiani, Brunetta, ha tessuto un parallelo tra i personaggi interpretati da Gassman e il Miles Gloriosus di Plauto.
Nella collaborazione con Dino Risi, Gassman ha invece elaborato una maschera borghese, venata di feroce amarezza; “il Mattatore” indossa i panni del borghese arrivato e cinico che comincia a scoprire i segnali di crisi dentro se stesso riflettendola sugli altri. Film come Il sorpasso, La marcia su Roma e Il profeta ne sono la testimonianza più diretta.
Nel 1969 inizia la seconda parte della carriera cinematografica di Gassman con il film L’alibi, diretto con due tra gli amici-colleghi più stretti Adolfo Celi e Luciano Lucignani, film nel quale Gassman fa un primo sconsolato bilancio della sua esistenza di quasi cinquantenne.
Tra gli anni ’60 e ’70 Gassman inizia così a visitare una galleria di personaggi che aiutano a fornire il ritratto dell’Italia dell’epoca: il gretto, il rampante, l’aggressivo, l’impudente.
Negli anni ’80 la maschera cinematografica di Gassman s’immalinconisce, si fa più intima, meno cialtronesca e sfrontata, diventando quasi delicata. Sono gli anni della collaborazione con un altro grande regista Ettore Scola (che già lo aveva diretto nel 1974 in C’eravamo tanto amati), con il quale gira La terrazza, La famiglia, La cena.
Vittorio Gassman ha scritto tantissimo, soprattutto dai sessant’anni in poi, e la sua produzione è stata fortunatamente bulimica ed eccessiva come la sua carriera d’attore: memorialistica, saggistica, narrativa, poesia.

Il suo esordio (escludendo ovviamente le traduzioni e gli adattamenti dei testi originali dei suoi spettacoli) fu l’autobiografia Un grande avvenire dietro le spalle, pubblicata nel 1981, in cui il Mattatore ripercorre le tappe dei suoi primi trent’anni di carriera e con infallibile istrionismo si straparla addosso, seguendo il suo istinto più saldo e pervicace: essere il centro d’attrazione unico. Nella scrittura di Gassman si coglie una volontà impudica di mostrarsi senza ritegno, ai limiti del blasfemo verso se stesso.
Scritta con evidenti auspici terapeutici, come afferma lo stesso autore: “Da quando ho cominciato a scrivere queste memorie, sto nettamente meglio. Sono più giorni che scrivo al tavolino, senza cambiare posizione ogni dieci minuti per andare a smuovere meccanicamente le file dei libri allineate nella biblioteca”.

L’autobiografia, logorroica e sfrontata, prima ancora di stupire per ciò che racconta, stupisce per come è scritta. Gassman passa con disinvoltura dal presente al passato, dalla prima alla terza persona, per chiudere con una tirata di circa venti pagine in cui abolisce la punteggiatura. Cogliendo tra gli episodi narrati (ma rammentiamo sempre ciò che Gassman amava dire di se stesso e cioè che un attore è un mentitore di professione, inaffidabile ed insincero) come non citare quello accaduto nei primi anni cinquanta, durante il primo sbarco ad Hollywood del nostro eroe… Il Mattatore doveva affrontare un’intervista con una delle più importanti giornaliste dell’establishment hollywoodiano, tal Louella Parson; una delle prerogative della giornalista era quella di essere profondamente cattolica. Nonostante le raccomandazioni dei press agents di tenere un profilo basso nelle risposte alle domande, quando Gassman si sentì chiedere cosa pensasse del papa, la risposta fu iconoclasta fino all’autolesionismo: “Il papa? Ah, sì! fantastico spesso di ucciderlo”. Un vero impulso di sincerità inconsulta, chissà forse necessaria a riequilibrare la necessità di dover fingere per contratto.

Dice Gassman in Intervista sul teatro (2002) che il mestiere dell’attore ha un rapporto strettissimo con la malattia: “L’attore rischia la frattura dell’io individuale, la schizofrenia, oppure l’angoscia ancestrale del non essere più nessuno”; a ciò Gassman aggiungeva un’acuta osservazione sull’esibizionismo degli artisti: “Quello dell’attore è un mestiere che invita continuamente ad esporsi, anche in senso fisico. Norman Brown, parlando da un punto di vista psicoanalitico, sostiene che il rapporto fra attore e pubblico è quello tipico dell’esibizionista sessuale e lo spettatore in questo caso è un voyeur”.
Esiste, d’altronde, anche un esibizionismo emotivo, che, spiega Gassman, comporta: “Un tipo di finzione e di violenza molto particolare” e durante la rappresentazione l’attore deve avere la capacità di conservare un po’ di lucidità: “Soffrire il pathos, e al tempo stesso incasellarlo per riutilizzarlo”, serve cioè un autocontrollo che a volte è difficile da mantenere, come accade a Gassman nell’interpretare Otello, con la vicenda del quale si rischia un’immedesimazione pressoché totale e questo è, afferma Gassman: “Un viaggio molto doloroso” a cui egli si sottrae, almeno in parte grazie al fatto che gli ultimi momenti della tragedia di William Shakespeare sono in versi e i versi esigono “Un’attenzione tecnica formale. Che è per me, qualcosa come un ancora di salvezza, mi assicura un minimo d’autocontrollo, una difesa dal pericolo”.
Come ogni grande Gassman aveva una sincera antipatia per la morte, definita di volta in volta “incongrua”, “immorale”, “non accettabile”, “nota stonata”. Nella sua autobiografia Gassman si domanda: “Che Dio abbia azzeccato tutto tranne la durata della vita?”, nel suo caso questo dubbio è lecito porselo. Gassman è stato un artista poliedrico, non si è mai accontentato di nulla, si è sempre ritagliato nuovi spazi: attore immenso, romanziere, regista, polemista.

Io ho avuto la possibilità di vedere Gassman recitare a teatro una sola volta: al teatro Quirino di Roma nel 1983, dove recitava il Macbeth. Ricordo che l’entrata in scena dell’attore avveniva nella penombra del palcoscenico, così prima ancora di vederlo in carne e ossa si percepì la presenza di Gassman, il suo magnetismo aveva già invaso il teatro.
Alla fine dello spettacolo scendemmo nei camerini. Entrammo nel camerino in punta di piedi, io mi limitai a stringergli la mano e a biascicare qualche complimento di circostanza. Ma il ricordo più forte è quello visivo: Gassman era seduto su una sedia, un braccio appoggiato sul tavolino, indossava un accappatoio bianco, sul viso, incorniciato da un ispida barba, il trucco e il sudore avevano disegnato una maschera nella quale i caratteri del personaggio si contaminavano con quelli dell’attore, dell’uomo.
Il Mattatore ha disseminato le sue interpretazioni di tante gemme, io scelgo: il tenero addio ad Abacucco (Carlo Pisacane-Capannelle) ne L’armata Brancaleone: di Monicelli (1966):
La cronaca della partita che Peppe er pantera fa al commissario in: Audace colpo dei soliti ignoti (Nanni Loy; 1959):
Il Gassman ormai maturo nella lettura del V canto dell’Inferno, quello di Paolo e Francesca, dove declama i versi immortali “Amor c’a nulla amato amar perdona”:
E, last but not least, l’Otello, nell’edizione portata in scena nel 1957, insieme a Salvo Randone: