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venerdì 28 febbraio 2020

Gli anni 2000: 20 film memorabili del cinema italiano moderno.



1. Pane e tulipani (Italia 2000, col, 110 min.), regia di Silvio Soldini. Con Licia Maglietta, Bruno Ganz, Giuseppe Battiston, Antonio Catania, Marina Massironi.
Trama: Dimenticata in un autogrill dalla famiglia in gita, la casalinga pescarese Rosalba ( Licia Maglietta ) finisce a Venezia, dove l’amicizia del timido cameriere Fernando ( Bruno Ganz) le fa sperare di poter cambiare vita: ma fino a quando posso durare i sogni?
• Venduto in tutto il mondo ( negli Usa rimase in cartellone per oltre sei mesi ) e campione di incassi in patria, “Pane e tulipani” venne osannato come il film che segnava la “rinascita del cinema italiano”. E in effetti, ha tracciato la strada, poi intraprese da altri autori e attori nel corso degli anni a venire. La Venezia di “Pane e tulipani” è un’isola irreale e utopica, dove i sogni si realizzano e la tecnologia non esiste: una danza cavalleresca ballata in punta di piedi. Strepitosa la prova di Licia Maglietta, che rende credibile un personaggio realistico ( la casalinga tradita dal marito e frustrata nelle proprie aspirazioni ) calato in un contesto fuori dal tempo. Azzeccata atmosfera favolistica.

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Licia Maglietta nel film “Pane e tulipani”(2000).
2. L’ultimo bacio ( Italia 2001, col.117 min. ), regia di Gabriele Muccino. Con Stefano Accorsi, Giovanna Mezzogiorno, Martina Stella, Claudio Santamaria, Sabrina Impacciatore, Stefania Sandrelli.
Trama: Tradimenti, matrimoni, fughe e rientri coinvolgono cinque amici con le rispettive consorti: su tutte spicca la storia di Carlo (Stefano Accorsi) e Giulia ( Giovanna Mezzogiorno ): lei al terzo mese di gravidanza, lui sedotto “per l’ultima volta” da una diciottenne ( Martina Stella ).
• “L’ultimo bacio” diventa da subito simbolo di una generazione, quella dei trentenni, restia a diventare adulta, incapace sia di adagiarsi all’interno degli schemi dettati dalle regole sociali sia di romperli per sostituirli con principi nuovi. Giovani cresciuti all’interno di famiglie normali, perennemente in corsa, affetti da depressione cronica e alla ricerca disperata di un sentimento d’amore che dovrebbe porre fine a ogni forma di frustrazione. Modello da prendere in esame, per lo studio della “nuova” commedia all’italiana, grazie ad una perfetta descrizione sociologica dei tempi attuali e ad un montaggio serrato, che rendono la pellicola particolarmente efficace e toccante.

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Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno nel film “L’ultimo bacio”(2001).
3. Le fate ignoranti ( Italia 2001, col. 106 min.), regia di Ferzan Ozpetek. Con Margherita Buy, Stefano Accorsi, Andrea Renzi, Serra Yilmaz, Rosaria De Cicco, Gabriel Garko.
Trama: Rimasta vedova, la borghese Anna ( Margherita Buy ) scopre con grande sconcerto che suo marito Massimo ( Andrea Renzi ) aveva un amante, Michele (Stefano Accorsi). E piano piano viene coinvolta nel mondo variopinto, multietnico e multisessuale che Massimo frequentava in gran segreto.
• Girato a Roma, quello di Ozpetek, è un film che osa parecchio e offre uno spaccato inedito di una capitale abitata da immigrati, omosessuali, emarginati di ogni colore ed età, ancora oggetto di imbarazzo nell’Italia conformista dei primi anni del XXI secolo. Ma porta anche alla luce con delicatezza e con intelligente parsimonia nell’uso dei cliché storie d’amore, di malattia, di morte. Si riflette sulle differenze culturali e sui valori della famiglia tradizionale, ormai in profonda crisi di fronte alle trasformazioni storiche e sociali e sulla ormai dilagante globalizzazione delle razze umane. Nastri d’argento sia per Margherita Buy, che per Stefano Accorsi.

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Stefano Accorsi e Margherita Buy nel film “Le fate ignoranti”(2001).
4. La stanza del figlio ( Italia 2001, col, 99 min. ), regia di Nanni Moretti. Con Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Silvio Orlando, Giuseppe Sanfelice.
Trama: La vita normale dello psicoanalista Giovanni ( Nanni Moretti ) è sconvolta dall’improvvisa morte del figlio ( Giuseppe Sanfelice ) durante un’immersione, mettendo in crisi anche il rapporto con la moglie ( Laura Morante ) e la figlia (Jasmine Trinca ). L’improvvisa visita di un’amica del figlio innesca tutta una serie di eventi che permetteranno alla famiglia di elaborare il lutto.
• Una commedia amara, amarissima, probabilmente la migliore di Nanni Moretti, che racconta gli effetti che la morte di un figlio provoca in una famiglia medioborghese. La sceneggiatura, molto efficace, libera la trama da qualsiasi lacrimevole retorica, affrontando in modo originale, più vero e niente affatto scontato, un tema molto abusato. Sensi di colpa, solitudine, incapacità di comunicare, Nanni Moretti orchestra tutti questi elementi, con la sagacia del grande regista e vince la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

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Nanni Moretti sul set del film “La stanza del figlio”(2001), Palma d’Oro al Festival di Cannes.
5. L’ora di religione (Italia 2002, col, 102 min.), regia di Marco Bellocchio. Con Sergio Castellitto, Piera Degli Esposti, Jacqueline Lustig, Chiara Conti, Gigio Alberti.
Trama: Ernesto Picciafuoco ( Sergio Castellito ), pittore e illustratore di fiabe per bambini, riceve la visita del segretario di un cardinale che gli annuncia il processo di beatificazione della madre, uccisa in un momento di follia da Egidio, fratello pazzo del protagonista e bestemmiatore incallito. Ernesto deve allora far fronte all’intrusione nel suo mondo laico di personaggi che vivono e praticano la religione come forma di assicurazione per l’eternità, mentre rimane affascinato dalla maestra di religione del figlio.
• Uno dei migliori film italiani degli ultimi trentanni, L’ora di religione, sorretto da un Sergio Castellito da applausi, getta lo sguardo sul presente e sulla società italiana contemporanea. Il regista Marco Bellocchio, riprendendo idealmente i temi del suo primo film, I pugni in tasca, del 1965, si interroga sul senso e sulla forza di scelte che si danno per scontate e che invece devono essere quotidianamente ribadite: proprio come è costretto a fare il protagonista, che vede riemergere un passato che credeva superato e che invece tutti sembrano disposti a tradire. La chiave scelta è quella del grottesco, che aggira i limiti del racconto realistico e permette di affrontare tutti i temi sul tavolo- le azioni dettate dal tornaconto, l’arroganza delle istituzioni, le ambiguità della Chiesa- senza cadere nel cinismo o nell’autoconsolazione. Incetta di premi nazionali e internazionali: menzione speciale a Cannes, Oscar europeo a Sergio Castellitto, Nastri d’argento a Bellocchio e Castellito, David di Donatello a Piera Degli Esposti. Capolavoro.

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la locandina originale del film di Marco Bellocchio, “L’ora di religione”(2002), con splendido protagonista Sergio Castellitto, Oscar europeo come miglior interprete maschile.
6. Respiro ( Italia 2002, col, 100 min. ), regia di Emanuele Crialese. Con Valeria Golino, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Filippo Pucillo, Elio Germano.
Trama: Grazia ( Golino ) è una giovane madre di tre figli, ha un marito che fa il pescatore e un lavoro nella fabbrica del pesce vicino al porto. Creatura inquieta, dai comportamenti incomprensibili, Grazia è vista con sospetto e diffidenza dagli abitanti dell’isola di Lampedusa. Quando il marito cerca di convincerla a lasciare l’isola per andare a curarsi a Milano, la donna scappa dal paese e si rifugia, con la complicità del figlio maggiore, in una grotta: verrà creduta morta da tutti. Ma così non rinuncia alla sua personale idea di libertà.
• Film memorabile, Respiro afferma un’idea di cinema come viaggio, come incontro con culture diverse, come sforzo di svelare la realtà al di là degli stereotipi. Valeria Golino, la musa di Crialese, recita con un gruppo di attori scelti tra gli abitanti di Lampedusa, e si muove in fusione perfetta nel paesaggio aspro e splendente dell’isola. Il suo personaggio vive di scatti luminosi e sorprendenti, così come di buie depressioni e di chiusure improvvise. Respiro è una risalita verso il passato ( gli anni ’60 ) che rilegge i nodi fondanti del mito mediterraneo: l’infanzia, la femminilità, la terra immersa in uno splendore solare e marino che acceca, che sorregge un incantato desiderio di vita e di libertà. Premio speciale della Critica a Cannes e Nastro d’argento come migliore attrice protagonista per la Golino.

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Valeria Golino sul set del film “Respiro”(2002), girato sull’isola di Lampedusa.
7. La meglio gioventù ( Italia 2003, col. 354 min. ), regia di Marco Tullio Giordana. Con Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni.
Trama: Diviso in quattro puntate e prodotto originariamente per la televisione, il film uscì al cinema in due atti. Ritratto di un’epoca che va dagli anni ’60 ad oggi, il film di Giordana mette in scena il Bel Paese attraverso lo sguardo di Nicola e Matteo Carati ( Lo Cascio e Boni ), uniti nella fratellanza, divisi nelle intenzioni, diversi nel destino.
• “La meglio gioventù” è un’opera nella quale ci si guarda alle spalle e si tenta un bilancio: come Novecento (1976) di Bertolucci, il film compie una lunga panoramica che abbraccia enormi porzioni della nostra storia recente. La pellicola prova a rintracciare nella storia i segni premonitori di ciò che siamo, le forme ancora in incubazione della crisi sociale contemporanea e il buono che, nonostante tutto, continua ad esserci. Opera colossale e smisurato romanzo di formazione, La meglio gioventù segna un punto fermo nella recente storia del cinema italiano, anche grazie allo splendido apporto dei due giovani protagonisti. Identità nazionale e sentimenti di appartenenza alla propria terra, sono le chiavi di lettura per godere del film, ispirato all’omonima raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini.

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Luigi Lo Cascio e Alessio Boni, i due giovani protagonisti de “La meglio goventù”(2003).
8. Le conseguenze dell’amore ( Italia 2004, col, 100 min. ), regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Antonio Ballerio, Nino D’Agata.
Trama: Contabile della mafia, da dieci anni in Svizzera per riciclare denaro sporco, Titta Di Girolamo ( Servillo ) si innamora della barista ( Magnani ) dell’hotel in cui risiede, e per regalarle un’auto usa soldi non suoi. Quando due killer cercano di derubarlo, lui fa sparire l’ingente refurtiva: ma il mancato incontro con la ragazza lo spinge ad accettare passivamente la punizione dei suoi “datori di lavoro”.
• Opera seconda di Paolo Sorrentino, per la seconda volta insieme a Toni Servillo, suo alter-ego cinematografico, nel film si avverte già la capacità del regista napoletano di lavorare sulle convenzioni nostrane- in questo caso il film di mafia-sabotandole, quasi facendole implodere, trasformandole in qualcosa di nuovo e mai visto. “Le conseguenze dell’amore” è un noir interiore e imprevedibile, in cui si fondo stile e tragedia dell’assurdo, con un finale impossibile da dimenticare. A sorpresa 5 David di Donatello: miglior film, regia, sceneggiatura, attore protagonista e fotografia.

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Olivia Magnani e Toni Servillo in una scena tratta dal film “Le conseguenze dell’amore”(2004), di Paolo Sorrentino.
9. La seconda notte di nozze ( Italia 2005, col. 103 min. ), regia di Pupi Avati. Con Antonio Albanese, Katia Ricciarelli, Neri Marcoré, Marisa Merlini, Angela Luce.
Trama: Avati, splendido direttore d’attori, mette insieme un trio di protagonisti tanto bizzarro, quanto sorprendentemente efficace: Neri Marcorè, che offre al suo personaggio tratti di luciferina cialtronaggine; Katia Ricciarelli, al suo debutto d’attrice, che colpisce per misura e naturalezza; ma soprattutto la commovente interpretazione di Antonio Albanese, nei panni del tenero personaggio di Giuliano, possidente del sud appena uscito dal manicomio. Un’idiota dai tratti quasi pirandelliani che nella sua ingenuità assume su di sé parte del senso della vita di un’Italia che usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e cercava (con forza ma senza troppo illudersi) una “pulizia” interiore. 
• Amaro affresco dell’Italia meridionale del secondo dopoguerra, il film di Pupi Avati tocca le corde della poesia, per la sua delicatezza dei percorsi della memoria, e per quelle note sottili e ripiegate della malinconia, dosate al punto giusto. Antonio Albanese, vero mattatore della pellicola, regala al regista un’interpretazione tanto trattenuta quanto intensa, capace di toccare le corde della poesia e della commozione senza cadere nel patetico. La dimostrazione della grande sensibilità interpretativa dell’attore, nonchè della capacità più unica che rara di vestire una parte così difficile e intensa al tempo stesso. Un film avventuroso, elegiaco e bello che con delicatezza malinconica capovolge le idee convenzionali e dice cose dure, anche se non originali: che l’essere umano può diventare abietto, quando è affamato o alimentato da pregiudizi. Applausi scroscianti al Festival di Venezia, dove però non si aggiudica alcun premio.

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Magistrale interpretazione di Antonio Albanese, per il Maestro Pupi Avati nel film “La seconda notte di nozze” (2005): è il fragile e ingenuo Giordano che aiuta i contadini disinnescando gli ordigni inesplosi della seconda Guerra Mondiale.
10. Il caimano ( Italia 2006, col. 112 min. ), regia di Nanni Moretti. Con Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Nanni Moretti, Elio De Capitani, Michele Placido.
Trama: Una giovane regista ( Trinca ) vorrebbe fare un film sull’ascesa al potere del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi; propone il copione al proprio produttore ( Orlando ), che accetta, pur roso dai dubbi. Gli ostacoli sono molti e non solo di natura personale. Le difficoltà comunque, non impediscono di girare almeno la lunga sequenza finale, in cui Berlusconi viene condannato a sette anni di reclusione.
• De Il caimano si è parlato molto già prima che uscisse. Il film, infatti, riguarda Berlusconi, e la sua uscita a ridosso delle elezioni del 2006 ha fatto molto rumore. Il personaggio pubblico viene però isolato all’interno di una finzione debitrice di Borges e Pirandello, e di un labirinto di specchi narrativi a tratti vertiginoso. Di pirandelliano, infatti, nel film c’è proprio il personaggio di Berlusconi, interpretato da diversi attori: quello immaginato dalla protagonista ( De Capitani ); quello interpretato da Michele Placido; quello vero nelle sequenze di repertorio; e c’è infine quello cui lo stesso Moretti offre il suo volto. L’autore “divora” l’immagine del suo nemico sostituendosi a lui nell’ultima apocalittica sequenza. Grottesca pazzia per un film da vedere.

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La locandina originale del film “Il caimano”(2006), diretto da Nanni Moretti.
11. Gomorra ( Italia 2008, col. 135 min.), regia di Matteo Garrone. Con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra.
• L’impresa di trasformare in film il testo di Roberto Saviano sembrava impossibile. Gomorra letterario è infatti un romanzo tuttora indecifrabile per come ha saputo mescolare l’impianto giornalistico, la scrittura d’inchiesta e la narrativa. Epica e informazione, nello stile dello scrittore, diventano un tutt’uno e il magma di avvenimenti, personaggi, folklore e descrizione politico-economica costituiscono un nucleo difficilmente scomponibile. Il regista Matteo Garrone ha invece compiuto il miracolo, con una descrizione che si avvale dell’adesione ai classici canoni del modello neorealista. I dialoghi sono recitati in napoletano stretto, sottotitolati in italiano; gli ambienti sono quelli autentici dei quartieri di Vele e di Scampia; gli attori provengono dal capoluogo campano e in alcuni casi persino dalla strada; quel che viene raccontato affonda le radici nella cronaca del libro. Il risultato è eclatante, anche grazie all’interpretazione di attori come Toni Servillo, Gianfelice Imparato e Maria Nazionale. Molti premi, tra cui spicca il Gran Premio della Giuria a Cannes, segnale di rinascita del cinema italiano in ambito internazionale.

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La locandina originale di “Gomorra”(2008), di Matteo Garrone, Premio della Giuria al Festival di Cannes.
12. Il divo ( Italia 2008, col.111 min. ), regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso.
• Al suo quarto lungometraggio il giovane regista napoletano Paolo Sorrentino si conferma autore di razza, confezionando un film interessante e innovativo nel panorama italiano contemporaneo. Lo stile barocco e sontuoso che caratterizza il film può rivelarsi a tratti disturbante, e infatti non ha mancato di suscitare qualche rimostranza da parte dei critici, ma il film ha comunque riscosso grande successo, anche a livello internazionale, ammaliando il pubblico e vincendo il Premio della Giuria al Festival di Cannes, del 2008. Il divo  è un affresco epocale, un pò biografia, un pò film inchiesta, un pò opera rock il cui indiscusso protagonista è lo strepitoso Toni Servillo nel ruolo del divino Giulio Andreotti, l’uomo che ha partecipato in prima persona a tutti gli eventi più importanti della storia della Repubblica italiana.

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L’Andreotti surreale di Toni Servillo nel film “Il divo”(2008), di Paolo Sorrentino.
13. Basilicata coast to coast ( Italia 2010, col. 105 min. ), regia di Rocco Papaleo. Con Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Gassman, Max Gazzé, Paolo Briguglia, Claudia Potenza.
Trama: La storia del picaresco viaggio di quattro amici ( Papaleo, Gassman, Gazzè, Briguglia ), ai quali si aggiunge una giornalista figlia di onorevole ( Mezzogiorno) , che decidono di attraversare la Basilicata a piedi, da Maratea a Scanzano Jonico, per partecipare ad un festival della canzone. Ognuno ha i suoi problemi, e il viaggio errante avrà per tutti un valore terapeutico. L’avventura servirà a loro per ritrovare se stessi e per riacquistare fiducia nelle proprie capacità.
• Prendendo come modello L’Armata Brancaleone, di Mario Monicelli, il lucano Rocco Papaleo al suo esordio da regista, costruisce un film, diventato fin da subito un cult del cinema italiano contemporaneo, nonché una delle pellicole più apprezzate degli ultimi anni. Considerato un vero e proprio “inno al meridione italiano”, Basilicata coast to coast, ha ottenuto unanimi dichiarazioni di consenso, presso la critica specializzata: il Manifesto lo ha definito «Un’idea bella e commovente»; Il Messaggero «Non esplosivo ma dolce»; L’Unità «ben recitato, ben girato e pieno di magnifiche musiche» oltreché «struggente, randagio, emozionante»; il Corriere della Sera «Film vitale, simpatico, con qualcosa di prolisso e didascalico, ma pieno di una genuina voglia di cinema e racconto»; La Stampa «un piccolo film che trova con spontaneità una sua intonata forma artistica». Tre David di Donatello e due Nastri d’argento, tra cui quelli come miglior regista esordiente a Rocco Papaleo.

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Il cast del film “Basilicata coast to coast”(2010), di Rocco Papaleo. Da sinistra a destra: Alessandro Gassman, Paolo Briguglia, Rocco Papaleo, Max Gazzé e Giovanna Mezzogiorno.
14. Senza arte ne parte ( Italia 2011, col, 90 min. ), regia di Giovanni Albanese. Con Vincenzo Salemme, Donatella Finocchiaro, Giuseppe Battiston, Hassani Shapi, Paolo Sassanelli, Giulio Beranek.
Trama: La storiadi Enzo (Vincenzo Salemme),Carmine (Giuseppe Battiston) e Bandula (Hassani Shapi),tre operai che lavorano in un pastificio nel salento, improvvisamente licenziati per far spazio a nuovi macchinari pronti a sostituirli. Alla fine l’occasione per ricominciare viene data loro proprio dal vecchio datore di lavoro (Paolo Sassanelli) che li assume per fare la guardia ad alcune opere di arte contemporanea,acquistate per esser rivendute al miglior offerente.Dopo aver scoperto che le opere potevano essere riprodotte con facilità, si ingegnano per rifarle così da poter rimpiazzare quelle originali che, avrebbero venduto per conto loro. Imprevisti e guai a non finire. Lieto fine.
• Piccolo film del regista emergente Giovanni Albanese, Senza arte ne parte emerge grazie ad una trama piuttosto svelta, a dialoghi molto divertenti e alla vérve degli interpreti. I personaggi di   Salemme e Battiston sono entrambi riusciti,l’umorismo del primo, in particolare, ha libero sfogo, ed ha modo di emergere. Il film a sorpresa ha ricevuto la nomination come miglior commedia ai Nastri d’argento del 2011. Una commedia all’italiana in pieno stile, quasi una Banda degli onesti dei giorni nostri, comunque tra le commedie più gradevoli e originali, della pletora di film mediocri che abbondano nel nostro cinema contemporaneo.

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La storia di tre operai, licenziati dalla fabbrica cui lavoravano, che organizzano una bizzarra truffa, “Senza arte ne parte”(2011) è una delle commedie più interessanti degli ultimi anni. Quasi una “Banda degli onesti” dei tempi nostri, con Vincenzo Salemme, Giuseppe Battiston e Hassani Shapi.
15. L’intrepido ( Italia 2013, col, 104 min. ), regia di Gianni Amelio. Con Antonio Albanese, Livia Rossi, Gabriele Rendina, Sandra Ceccarelli.
Trama: La storia racconta la vita di Antonio, un 48enne che fa la professione di tappabuco, ovvero il “rimpiazzo”, sostituendo a lavoro quelli che, per qualche ora o qualche giorno, non possono andare a lavorare, ed allora il lavoro di Antonio diventa il lavoro di tutti: da operaio a guidatore di tram, da venditore di rose a muratore, in una Milano in cui viene esaltata l’impersonalità, grazie alla fotografia efficace di Luca Bigazzi. 
• Non è un film sul lavoro l’ultima opera del Maestro Gianni Amelio, ma è proprio il lavoro che crea una diga, che divide due generazioni. Quella di Antonio, il protagonista, magistralmente interpretato dal grande Antonio Albanese; e quella di suo figlio e di una giovane ragazza sua amica ( Gabriele Rendina e Livia Rossi ). Il regista coglie appieno l’atteggiamento di due diverse generazioni rispetto al mondo del lavoro, modellando sul protagonista un personaggio irreale, stralunato, candido, quasi sospeso in un limbo. Albanese sembra infatti, uno “Charlot dei tempi moderni”, mentre i due giovani vivono l’incapacità di comunicare, come un nemico invincibile. Questo film rende il tema del lavoro il suo personaggio principale a cui Antonio Albanese fa da spalla nella migliore interpretazione della sua carriera. Presentato alla 70esima edizione del festival di Venezia, il film non vince, ma viene profondamente e convintamente applaudito da pubblico e critica; come peraltro, ne viene lodata la perfetta interpretazione di Antonio Albanese definito “un personaggio chapliniano nell’Italia d’oggi”.

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La locandina originale del capolavoro drammatico di Gianni Amelio, interpretato magistralmente da Antonio Albanese, definito il “Charlot dei tempi moderni”.
16. La grande bellezza ( Italia 2013, col, 142 min. ), regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Sabrina Ferilli, Carlo Verdone, Isabella Ferrari, Carlo Buccirosso, Iaia Forte.
Trama: Roma si offre indifferente e seducente agli occhi meravigliati dei turisti, è estate e la città splende di una bellezza inafferrabile e definitiva. Jep Gambardella ( Toni Servillo ) ha sessantacinque anni e la sua persona sprigiona un fascino che il tempo non ha potuto scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e grandezza. Intorno a lui tutta una serie di personaggi che si muovono nella Roma bene dei decadenti anni 2000. La grande bellezza di Roma, riesce comunque a fuoriuscire, come un bagliore accecante in mezzo ai problemi dei tempi nostri.
• Il film che riconsegna l’Oscar come miglior film straniero all’Italia, 16 anni dopo La vita è bella, è quello che consegna il sodalizio Sorrenti-Servillo alla storia del cinema mondiale.Forse l’opera più ambiziosa di Sorrentino fino ad oggi, La grande bellezza è un film che vive delle stesse contraddizioni che racconta, di eccessi barocchi e intimità commoventi, momenti di un surrealismo concretissimo come di puro e cristallino godimento estetico essenziale, di una crepuscolarità costante e ininterrotta perfino dalla luce del giorno e momenti di straordinaria lucidità su sé stessi e sul mondo.
Un film opulento per ragionata necessità, ma nel quale il regista trova perfino, niente affatto paradossalmente, lo spazio per calmierare la scalmatezza della sua vorticosa macchina da presa.  Strepitoso Toni Servillo e ottimi i co-protagonisti a partire da Sabrina Ferilli e Carlo Verdone. Pletora di premi nazionali e internazionali.

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Toni Servillo, alias Jep Gambardella, alter-ego di Paolo Sorrentino, nel film “La grande bellezza”, premio Oscar 2014.
17. Il nome del figlio ( Italia 2015, col, 94 min. ), regia di Francesca Archibugi. Con Alessandro Gassman, Valeria Golino, Rocco Papaleo, Micaela Ramazzotti, Luigi Lo Cascio.
• La Archibugi , ispirandosi alla commedia francese “Cena fra amici” realizza una commedia ‘orecchiabile’, uno scavo nel passato (gli anni Settanta), con cui il film mantiene una relazione dialettica, per interrogarsi sul presente e provare a immaginare un futuro, ‘generato’ nell’epilogo. Il nome del figlio è un vaudeville sociologico, visto che la prosa è alternata da strofe cantate e conosciute, che si tuffa nel cuore dei suoi personaggi portando il film verso territori nuovi e riportandolo dentro i confini nazionali, dentro la nostra storia, le nostre vite cariche di preconcetti e pregiudizi. Sempre empatica nei confronti dei propri personaggi, la regista romana dirige un gruppo di attori intelligenti che, come ‘canta’ Dalla nel film, sono arrivati “alle porte dell’universo ognuno con i suoi mezzi e ognuno in modo diverso, magari arrivando a pezzi”. Attori-autori, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo e Alessandro Gassmann contribuiscono alla creazione del film, intrecciando una tensione emotiva ed estetica che raggiunge l’acme sulle note di “Telefonami tra vent’anni”. Con loro ma fuori campo, fuori tempo rispetto al flusso di musica e di coscienza, fuori salotto e al di là della finestra, si (ri)leva Micaela Ramazzotti: uno straordinario assolo di cinque grandi interpreti, su tutti Gassman che ai Nastri d’argento si aggiudicherà il premio come miglior attore protagonista dell’annata; e la Ramazzotti che vincerà meritatamente nella categoria “miglior attrice non protagonista”. La miglior pellicola italiana dell’annata 2015, e una delle migliori degli ultimi vent’anni: grande film che rasenta il capolavoro.

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Il cast del film di Francesca Archibugi, “Il nome del figlio”, miglior film italiano della stagione 2015. Da sinistra a destra: Luigi Lo Cascio, Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassman, Valeria Golino e Rocco Papaleo.
18. Per amor vostro ( Italia 2015, col, 110 min. ), regia di Giuseppe M. Gaudino. Con Valeria Golino, Massimiliano Gallo, Adriano Giannini, Elisabetta Mirra.
• Gaudino affida alle poderose spalle interpretative di Valeria Golino le innumerevoli sfaccettature di una persona che si fa presente/passato e forse anche futuro e ne viene ripagato quasi che il nome di finzione che le attribuisce volesse, più o meno inconsciamente, far correre il pensiero a una ‘grande’ del cinema come Anna Magnani. Se la colonna sonora musicale riesce a far confluire in un magma di suoni e di stili, il rapporto tra gli inferi urbani e un cielo che a tratti si fa quasi più ctonio degli inferi stessi, la messa in parallelo della vita quotidiana della protagonista e il mondo ‘della’ e ‘da’ soap opera in cui lavora e si innamora suona un po’ didascalico. Ma quando si ha a disposizione una ‘vera’ attrice anche questo ostacolo può essere superato. E il paragone con Anna Magnani non è azzardato: Valeria Golino è di gran lunga infatti la miglior attrice italiana del cinema moderno, e al festival del cinema di Venezia trionferà con un consenso quasi unanime. Vincerà infatti la Coppa Volpi come miglior interprete femminile della prestigiosa kermesse veneziana ( la seconda in carriera ). Massimo Bertarelli de Il Giornale loda l’interpretazione di Valeria Golino, che giudica abbia meritato la Coppa Volpi, “spicca in un bel ritratto di donna orgogliosa e sensibile”. Su L’espresso, Emiliano Morreale ha apprezzato il film e l’interpretazione di Valeria Golino “meritatissima Coppa Volpi a Venezia”. Cristina Piccino su Il Manifesto, parla addirittura di interpretazione epocale di Valeria Golino, definendo il personaggio da lei interpretato “unico nel cinema italiano”. Pellicola memorabile, accolta però con freddezza nelle sale.

Per amor vostro di Beppe Gaudino
Una intensa immagine di Valeria Golino, nel film “Per amor vostro”(2015). Premio miglior interpretazione femminile al Festival di Venezia per la Golino.
19. Lo chiamavano Jeeg Robot ( Italia 2016, col, 112 min.), regia di Gabriele Mainetti. Con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei.
• Quello realizzato da Gabriele Mainetti è un superhero movie classico, con la struttura, le finalità e l’impianto dei più fulgidi esempi indipendenti statunitensi. Pensato come una “origin story” da fumetto americano degli anni ’60, girato come un film d’azione moderno e contaminato da moltissima ironia che non intacca mai la serietà con cui il genere è preso di petto, Lo chiamavano Jeeg Robot si muove tra Tor Bella Monaca e lo stadio Olimpico, felice di riuscire a tradurre in italiano la mitologia dell’uomo qualunque che riceve i poteri in seguito a un incidente e che, attraverso un percorso di colpa e redenzione, matura la consapevolezza di un obbligo morale. Il risultato è riuscito oltre ogni più rosea aspettativa, somiglia a tutto ma non è uguale a niente, si fa bello con un cast in gran forma scelto con la cura che merita ma ha anche la forza di farlo lavorare per il film e non per se stesso. Claudio Santamaria è il protagonista, outsider da tutto, un po’ rintronato e selvaggio, avido, alimentato a film porno, pieno di libido ma anche dotato della dirittura morale migliore; Luca Marinelli è la sua nemesi, piccolo boss eccentrico e sopra le righe, spaventoso e sanguinario con i suoi occhi piccoli e iniettati di follia ma anche malato di immagine (ha partecipato a Buona Domenica anni fa e sogna di diventare famoso e rispettato con il crimine), l’anello di congiunzione tra la borgata di Roma e il Joker. Intorno a loro un trionfo di comprimari tra i quali spicca (per adeguatezza alla parte e physique du role) Ilenia Pastorelli. 7 David di Donatello, tutti quelli agli attori, per quello che è, probabilmente, il film italiano di fantasy più bello di tutti i tempi.

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Intensa immagine di Claudio Santamaria nel film “Lo chiamavano Jeeg Robot”, film rivelazione dell’anno 2016.
20. Perfetti sconosciuti ( Italia 2016, col, 97 min.), regia di Paolo Genovese. Con Valerio Mastrandrea, Kasia Smutniak, Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo.
Trama: Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la più importante di tutte, perché è proprio l’utilizzo “ludico” dei nuovi “facilitatori di comunicazione” – chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social – a svelarne la natura più pericolosa: la superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante.
• David di Donatello come miglior film della stagione 2015/2016, la pellicola di Paolo Genovese ha avuto un incredibile successo di pubblico, oltre 20 milioni di euro di incassi, secondo solo al film nazional-popolare di Checco Zalone. Lodato anche dalla critica, quasi incondizionatamente, il film è una commedia all’italiana a tutti gli effetti, sui falsi miti dei tempi attuali e mantiene un tono narrativo adeguato dal primo all’ultimo secondo:non melodrammatico (alla L’ultimo bacio), non romanticamente nostalgico (alla Il nome del figlio), non farsesco, non cinico, ma comico al punto giusto, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa “cena delle beffe” attinge a molto cinema francese e americano, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è italiana, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario, i legami fragili e i sogni impossibili. La scrittura è crudele, precisa, disincantata, e ha il coraggio di lasciare appese alcune linee narrative, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C’è anche una coda alla Sliding Doors che mostra come il “gioco” (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l’ipocrisia e l’accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono gli esseri “frangibili”. Azzeccato il cast.  

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La locandina originale del film di Paolo Genovese, “Perfetti sconosciuti”(2016), David di Donatello come miglior film della stagione 2015/2016.

Domenico Palattella

https://associazioneladolcevita.wordpress.com/2016/12/31/gli-anni-2000-20-pellicole-memorabili-del-cinema-italiano/





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