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venerdì 6 dicembre 2019

IL MITO DI MAZZINI

Mazzini   Nasce a Genova il 22 giugno 1805 e muore a Pisa il 10 marzo 1872
 

 
D. Lama - Giuseppe Mazzini in piedi - 1860 - fotografia - Istituto per la Storia del Risorgimento - Roma  
 
Mazzini nacque a Genova il 22 giugno 1805, da Giacomo – medico e professore universitario – e Maria Drago. Fu soprattutto la madre ad avere una funzione determinante nell’educazione del giovane Giuseppe, ispirata in primo luogo a un forte rigorismo etico.
Durante gli studi universitari (in giurisprudenza) si raccolse intorno a lui un gruppo di amici accomunati da interessi letterari di tipo romantico e politici di tipo patriottico-carbonaro.
Nel 1828-29 Mazzini e i suoi amici cercarono di svolgere una battaglia di carattere politico-letterario dapprima sull’«Indicatore Genovese» e poi, dopo che questo fu soppresso, sull’«Indicatore Livornese» (presto costretto anch’esso alla chiusura).
Contemporaneamente Mazzini era attivamente impegnato nella carboneria; quando nel novembre 1830 la sua appartenenza all’organizzazione venne scoperta, fu incarcerato per due mesi e, nel gennaio 1831, costretto all’esilio.
 

  U. Borzino - Maria Mazzini - dipinto - Museo del Risorgimento - Genova
Giunto in Francia, a Marsiglia, vi fondò la Giovine Italia, organizzazione politica finalizzata all’unità e all’indipendenza della penisola attraverso un’insurrezione popolare, e all’instaurazione di un regime repubblicano.
L’associazione – che si distingueva dalla carboneria per il carattere non più segreto ma pubblico del proprio programma – riuscì ad affermarsi rapidamente tra gli emigrati italiani anche grazie alla attività intensissima di Mazzini e al timbro profetico del suo messaggio politico, che assumeva i caratteri di una nuova religione. Una tale impronta religiosa era del resto comune a gran parte dei movimenti che combattevano all’epoca per l’indipendenza della propria nazione.
In questi anni l’attività di Mazzini – che in Stati autoritari come quelli italiani non poteva che svolgersi clandestinamente – era finalizzata a diffondere la rete cospirativa della Giovine Italia nella penisola, soprattutto nel Nord e nel Centro.
Questa attività culminò nel febbraio 1834 nel tentativo di organizzare una invasione della Savoia (allora parte del Regno di Sardegna) dalla Svizzera con circa duecento seguaci.
Dopo l’insuccesso – che tuttavia cominciò ad accreditare Mazzini come uno dei leader del movimento per l’indipendenza italiana – fondò in Svizzera la Giovine Europa, un’organizzazione che raggruppava patrioti di vari paesi (essenzialmente italiani, polacchi, tedeschi e svizzeri).
Fu allora, nel 1835, che Mazzini scrisse il suo primo testo teorico di una certa ampiezza, Fede e avvenire. Vi sosteneva tra l’altro che si era conclusa, con la Rivoluzione francese, l’epoca «individuale» iniziata quasi duemila anni prima con la comparsa del cristianesimo; la nuova epoca «sociale» avrebbe visto l’affermarsi di nazioni libere e indipendenti, ciascuna delle quali aveva ricevuto da Dio una propria missione da attuare nel mondo.
Nella stessa opera si affermava l’impossibilità di fondare la politica democratica sul concetto di «diritto» (caratteristico dell’epoca «individuale») e la necessità di affiancare ad esso, con una funzione prevalente, il nuovo concetto di «dovere», perno dell’epoca «sociale».
A una visione del genere, in cui la politica assumeva forti tratti religiosi, Mazzini sarebbe rimasto fedele per il resto della sua vita. Così come avrebbe sempre accompagnato al proprio messaggio politico-religioso una polemica molto aspra nei confronti della Chiesa cattolica, portatrice di una religione, a suo avviso, superata perché legata all’epoca «individuale» ormai trascorsa.

 
Bandiera patriottica del  1848  
Nel 1837, costretto a lasciare la Svizzera, Mazzini si trasferì in Inghilterra, la nazione dove prevalentemente avrebbe vissuto per il resto della sua vita. Lì entrò in contatto con intellettuali del rango di Thomas Carlyle e John Stuart Mill e negli anni seguenti partecipò al vivace dibattito politico che caratterizzava il movimento democratico e socialista inglese.
Nel 1839 ricostituì la Giovine Italia, che aveva sciolto qualche anno prima; ma ora la trama cospirativa dell’organizzazione non poté raggiungere neppure lontanamente quella della prima Giovine Italia.
I tentativi mazziniani di far scoppiare un’insurrezione nella penisola, che generalmente si fondavano su una visione eccessivamente ottimistica del malcontento e dei fermenti rivoluzionari esistenti in Italia, si conclusero sempre con un insuccesso.
Il nuovo clima creatosi negli Stati italiani a partire dall’elezione di Pio IX nel 1846, e soprattutto gli avvenimenti rivoluzionari del 1848-49, sembrarono aprire a Mazzini e ai suoi seguaci un grande spazio di azione. In particolare Mazzini fu, sia pure per breve tempo, la figura centrale nel triumvirato che si trovò alla testa della Repubblica romana, un’esperienza che gli diede una grandissima notorietà internazionale.
Negli anni successivi continuò a impegnarsi in tentativi cospirativi sempre segnati però dal fallimento: il più clamoroso fu rappresentato dalla tragica spedizione organizzata nel sud della Campania da Carlo Pisacane nel 1857, alla quale si sarebbero dovute accompagnare – nei piani mazziniani – una insurrezione a Livorno e una a Genova (cioè, in questo secondo caso, in una città che pure faceva parte del Regno di Sardegna, unico Stato costituzionale della penisola).
 
  G. Isola - Mazzini in un ritratto giovanile. 1830 - disegno a matita - Istituto Mazziniano - Genova
Già in precedenza, dopo un altro fallimento – quello del moto insurrezionale tentato a Milano nel febbraio 1853 – si erano moltiplicate entro lo stesso campo democratico le critiche alla strategia mazziniana fondata sull’azione ad ogni costo (e per essa Mazzini aveva appunto fondato il Partito d’azione).
Il suo isolamento era accentuato dal fatto che molti repubblicani, di fronte alla nuova e dinamica politica messa in atto da Cavour, si andavano orientando sempre più a collaborare con la monarchia sabauda.
Tuttavia, se il movimento democratico e più in generale l’intero schieramento favorevole all’indipendenza si orientò per la soluzione unitaria (scartando cioè l’ipotesi di una Italia indipendente ma divisa in vari Stati), questo fu in larga parte conseguenza della predicazione mazziniana. Mazzini e solo Mazzini, infatti, aveva sostenuto per anni che occorreva dar vita a uno Stato nazionale che comprendesse l’insieme della penisola italiana.
Nel 1859-60 la sua influenza sugli avvenimenti che portarono alla nascita dello Stato italiano fu indiretta ma molto significativa. In particolare, fu lui ad indicare subito al movimento democratico-garibaldino la prospettiva di uscire dallo stallo segnato nel 1859 dalla pace di Villafranca portando la guerra al Sud, nelle forme di una grande rivoluzione popolare.
Garibaldi però non seguì le sue sollecitazioni a proseguire immediatamente la spedizione dei Mille fino a liberare anche Venezia e Roma e in prospettiva – come appunto avrebbe voluto Mazzini – fino a dare all’Italia un assetto repubblicano.
Sentendosi estraneo a uno Stato nazionale nato sotto il segno monarchico, Mazzini tornò dunque in esilio e proseguì negli anni seguenti nei suoi tentativi cospirativi, sempre più isolato visto che procedeva l’avvicinamento alla monarchia di molti democratici.
Negli stessi anni i suoi seguaci si impegnavano nell’organizzazione delle prime associazioni operaie della penisola, seguendo le idee cooperativistiche che il loro leader aveva elaborato da tempo e che da ultimo consegnava al suo testo più famoso, Dei doveri dell’uomo (1860).
 
Genova. Funerali di Giuseppe Mazzini al Cimitero di Staglieno - 17 marzo 1872 - fotografia - Istituto per la Storia del Risorgimento - Roma  
In Italia, ma anche a livello internazionale, il programma democratico-repubblicano di Mazzini subiva ora la sfida delle nuove idee socialiste: fu per questo che egli decise di reagire con durezza sferrando un duro attacco, nel corso del 1871, nei confronti dell’Associazione internazionale dei lavoratori e della Comune di Parigi.
Ma si trattò di una battaglia politico-ideale che lo isolò ancora di più nell’ambito della Sinistra italiana dell’epoca. Nel marzo 1872, stanco e malato, morì a Pisa dove si era recato col falso nome di George Brown, così da marcare fino all’ultimo la sua estraneità rispetto a un’Italia che non era quella che egli aveva sognato.
 

 
Mazzini nella virilità - incisione  
Nelle vicende che portarono alla nascita dello Stato nazionale, nessuno come Mazzini si mostrò capace di una azione così continua, spesso frenetica (scriveva ai suoi seguaci decine di lettere nella stessa giornata), ricominciando dopo ogni insuccesso a organizzare nuove cospirazioni come se nulla fosse. Convinto di essere il portatore di un messaggio politico che aveva allo stesso tempo il crisma di una fede religiosa, Mazzini strutturò la sua vita e la sua personale missione attorno al concetto di dovere e di sacrificio, sorretto in questo dall’appoggio decisivo della madre. A sostenerlo nelle difficoltà operava anche la sua peculiare fede religiosa. Credeva tra l’altro nell’immortalità dell’anima, che riteneva fosse destinata a passare attraverso esistenze successive (è in questo senso che va intesa la sua affermazione d’aver vissuto in Svizzera «prima di nascere in Italia»).
La convinzione che la propria vita fosse votata a una missione, e che dunque non vi fosse spazio in essa per ogni forma di felicità individuale, si affermò in Mazzini fin dai primi anni d’esilio.
I sacrifici e i dolori che caratterizzavano la sua esistenza (tra essi, la separazione dall’amata Giuditta Sidoli, conosciuta in esilio nel 1831 ma dalla quale presto si era dovuto separare in via definitiva) gli apparivano come i segni di una predilezione divina, come il corrispettivo di una visione ispirata da Dio che agli altri era preclusa.
Proprio da questo derivava l’insofferenza di Mazzini per quanti, entro lo stesso campo democratico, la pensavano diversamente da lui. Come osservò lo storico Nello Rosselli, Mazzini «si sente ispirato da Dio e crede perciò alla superiorità assoluta del suo programma: logicamente quindi tenta di imporlo».
 

  Giuditta Bellerio Sidoli
Dalla percezione di sé come una sorta di profeta derivavano anche le pose romanticamente pensose e tristi dei suoi ritratti e lo stesso fascino che la figura di Mazzini esercitò su quanti lo conobbero. «I pochi giorni che passai in compagnia di Mazzini elettrizzarono tutto il mio essere […]. Eccitate e risvegliate dal contatto con Mazzini, le mie forze morali riacquistarono una nuova attività. Sì, lo confesso, a partire dalla mia comunicazione intellettuale con questo spirito elevato, cominciò per me un nuovo periodo, una nuova aurora di vita e di speranza».
Questo avrebbe scritto nelle proprie memorie il patriota e poeta danese Paul Harro Harring, che aveva conosciuto Mazzini a Ginevra nel 1833.
Ma esistono dozzine di testimonianze analoghe, anche di chi non condivideva le idee repubblicane del fondatore della Giovine Italia, ma in lui ammirava l’«elevatezza di carattere» e la totale devozione a «nobili scopi» (così, ad esempio, il liberale inglese John Stuart Mill).
La sua personalità segnò un’intera generazione di patrioti italiani che – si pensi ai futuri presidenti del Consiglio Agostino Depretis e Francesco Crispi – avevano fatto le loro prime esperienze politiche appunto nell’ambito della cospirazione mazziniana.
 
Lo scrittore romagnolo Alfredo Oriani rappresentò una figura di passaggio dall’idea mazziniana e democratica di nazione al nuovo, aggressivo nazionalismo del primo ‘900. Nelle pagine del suo volume La lotta politica in Italia (1892) emerge tutta l’ammirazione per la figura del fondatore della Giovine Italia.
A. Oriani, La lotta politica in Italia, a cura di A.M. Ghisalberti, Bologna, Cappelli, 1956, pp. 304-312.
 
Nel 1897 l’ultimo volume della Storia critica del Risorgimento italiano di Carlo Tivaroni accreditò la visione cosiddetta «conciliatorista» del Risorgimento, secondo la quale moderati e democratici avevano tutti concorso, nonostante le reciproche differenze, all’esito finale. In questo modo anche il repubblicano Mazzini entrava, a fianco di Cavour, Vittorio Emanuele e Garibaldi, nel Pantheon dell’Italia monarchica. Lo storico Walter Maturi illustra l’opera di Tivaroni.
W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962, pp. 366-367.
 
Si deve allo storico Gaetano Salvemini il primo compiuto profilo di Mazzini, comparso nel 1905. Nel testo riprodotto illustra come la pluridecennale azione mazziniana, se collezionò una serie di sconfitte, fu però al tempo stesso decisiva nel determinare la nascita dello Stato italiano.
G. Salvemini, Scritti sul Risorgimento, a cura di P. Pieri - C. Pischedda, Milano, Feltrinelli, 1961, pp. 220-223.
 

 
Mazzini - Fotografia - 1860
 
In un saggio del 1919 il filosofo Giovanni Gentile sottolineava il rapporto strettissimo che Mazzini aveva stabilito tra religione, politica e morale. Gentile apprezzava soprattutto il carattere antindividualistico e antiliberale del pensiero mazziniano, rilevando come in esso la libertà dell’individuo non fosse altro che mezzo per il raggiungimento dei fini collettivi.
G. Gentile, I profeti del Risorgimento italiano, Firenze, Vallecchi, 1923, pp. 63-66.
 
Lo storico e filosofo Guido De Ruggiero, nella sua Storia del liberalismo europeo (1925) diede del pensiero democratico di Mazzini un giudizio che ne sottolineava anche alcuni limiti, come il «carattere predicatorio» e l’estraneità rispetto alla realtà italiana.
G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Bari, Laterza, 1925, pp. 342-346.
 
Lo storico Luigi Salvatorelli fu autore di una fortunata sintesi di storia dell’unificazione italiana, Pensiero e azione del Risorgimento (1943). Se ne riproducono le pagine in cui viene delineato il contrasto, ma anche la complementarità di fondo, tra la visione di Mazzini e quella di Cavour.
L. Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1943, pp. 185-191.
 
L’interpretazione del Risorgimento che Gramsci consegnò ai suoi Quaderni del carcere, pubblicati postumi a partire dalla fine degli anni Quaranta, conteneva una critica a Mazzini e in genere ai democratici del Partito d’Azione che poi avrebbe ispirato tutta una corrente storiografica. Gramsci rimproverava loro di non aver saputo conquistare il consenso dei contadini attraverso un programma di redistribuzione della terra, ciò che per conseguenza aveva favorito l’egemonia di Cavour e dei moderati.
A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, III, Torino, Einaudi, 1975, pp. 2010-2013, 2024.
 
Alcuni studiosi, soprattutto al di fuori dei confini italiani, hanno sottolineato come nel pensiero di Mazzini vi sia anche il germe di quel nazionalismo, inteso come sentimento di superiorità sugli altri popoli e inclinazione ad espandersi ai danni di altri Stati, che si sarebbe sviluppato a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Questo sostenne ad esempio l’inglese Lewis B. Namier in un testo pubblicato la prima volta nel 1949, del quale riproduciamo alcune pagine.
L. B. Namier, La rivoluzione degli intellettuali, Torino, Einaudi, 1957, pp. 183-188.
 
Nel primo capitolo delle Note autobiografiche, scritto nel 1861, Mazzini ricorderà il primo insorgere in lui di sentimenti patriottici, condivisi nella Genova dei primissimi anni Venti da un gruppo di amici.
G. Mazzini, Note autobiografiche, a cura di R. Pertici, Milano, Rizzoli, 1986, pp. 51-55.
 
L’Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia (1831) costituisce uno dei documenti di fondazione del movimento appena fondato da Mazzini.
G. Mazzini, Scritti politici, a cura di T. Grandi - A. Comba, Torino, Utet, 1987, pp. 164-172.
 
Nel 1835 Fede e avvenire rappresenta il primo testo nel quale Mazzini dia un’esposizione generale del suo pensiero. Le pagine che seguono ne riproducono gli ultimi due capitoli, che mostrano bene il carattere religioso e profetico che il messaggio mazziniano volle avere fin dal principio.
G. Mazzini, Scritti politici, a cura di T. Grandi - A. Comba, Torino, Utet, 1987, pp. 458-470.
 
Uno dei capitoli dell’opera più famosa e diffusa di Mazzini, Dei doveri dell’uomo (1860) chiarisce come la dedizione alla propria patria dovesse inserirsi in un quadro più vasto in grado di abbracciare l’intera umanità.
G. Mazzini, Scritti politici, a cura di T. Grandi - A. Comba, Torino, Utet, 1987, pp. 870-878.
 
Si deve a Mazzini e ai mazziniani di essersi impegnati ad organizzare in Italia le prime associazioni di operai, sulla base di una piattaforma di tipo cooperativistico che affidava il progresso dei lavoratori ad associazioni di produzione e di consumo da loro liberamente costituite. Tutto questo è illustrato in un apposito capitolo di Dei doveri dell’uomo (1860).
G. Mazzini, Scritti politici, a cura di T. Grandi - A. Comba, Torino, Utet, 1987, pp. 918-936.
 
 

  Mazzini in prigione a Savona riceve la visita del padre. Fu l'ultima volta che si videro - Museo Nazionale del Risorgimento - Torino
Fino alla morte, avvenuta nel 1852, Maria Drago Mazzini rappresentò per il figlio lontano un sostegno importantissimo. Il brano di una sua lettera (che conosciamo perché intercettata e copiata dalla polizia del Regno di Sardegna) mostra quanto fosse convinta del carattere assolutamente eccezionale della personalità del figlio.
A. Luzio, La madre di Giuseppe Mazzini, Torino, Fratelli Bocca, 1923, p. 84.
Questa lettera, carica di passione romantica, mostra il legame che continuava a esistere tra Mazzini e Giuditta Sidoli due anni dopo la separazione definitiva cui erano stati costretti.
G. Mazzini, Lettere d’amore, Torino, Utet, s.d., pp. 63-68.
 
Nella lettera di Mazzini indirizzata al fratello minore di un mazziniano da poco liberato dal carcere, torna un tema centrale nel patriottismo risorgimentale: la necessità di saper combattere e morire per l’Italia. Due anni dopo, nel 1860, il giovane destinatario della missiva avrebbe partecipato alla spedizione garibaldina in Sicilia, trovandovi la morte.
G. Mazzini, Opere, a cura di L. Salvatorelli, I, Milano, Rizzoli, 1967, pp. 699-701.
 
La ricerca di mezzi finanziari per le proprie imprese fu una costante nella vita di Mazzini. Qui si riproduce una ricevuta del 1853, emessa da lui e da altri dirigenti del Comitato nazionale italiano di Londra, in cambio di una somma di danaro versata all’associazione.
G. Mazzini, Scritti politici, a cura di T. Grandi - A. Comba, Torino, Utet, 1987, tav. tra le pp. 688 e 689.
 
La fama che circondò Mazzini in vita si accentuò, in Italia e all’estero, soprattutto dopo il 1848-49. Ne è testimonianza il fatto che gli venissero dedicate, ancora in vita, delle poesie. Se ne forniscono qui due esempi diversi (anche, ovviamente, per qualità poetica): uno stornello del mazziniano Francesco Dell’Ongaro, composto nel 1851, e un sonetto che Carducci scrisse nel febbraio 1872, poco prima della morte di Mazzini.
Mazzini nella poesia, a cura di T. Grandi, Pisa, Domus Mazziniana, 1959, pp. 21 e 51.

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