venerdì 23 aprile 2010

Alla ricerca di uno stile conversazionale europeo

Alla ricerca di uno stile conversazionale europeo: cambiare stile conversazionale per creare uno stile conversazionale europeo.

L’Europa ha bisogno di uno stile conversazionale condiviso e sentito come “proprio” da parte di tutti i cittadini presenti in questo continente variegato e complesso. La mia intuizione mi spinge a dire che lo stile da divulgare e promuovere è uno stile informale, caldo e protettivo della propria persona con la finalità di fare nascere un “sentimento” di appartenenza tra i membri “in-group” di una città e quelli “out-group” sempre più numerosi in tutte le città europee. Questa esigenza di riflettere sul sistema comunicativo presente in ogni peculiare città è di fondamentale importanza se vogliamo “adattare” o dare gli strumenti utili a questo continente per rispondere alle necessità umane della contemporaneità.
Questa analisi è il risultato di un’osservazione avvenuta in una città francese chiamata Tours, la quale ha una popolazione di più o meno 200 mila persone ed accoglie un numero elevato di studenti e ricercatori provenienti da molti paesi europei e non europei. Senza contare l’anima turistica di questa città mi sono spinto ad indagare questa situazione che se vogliamo ritroviamo in città come Siena, Parma, Modena o Padova nel caso italiano. Nonostante questa grossa popolazione straniera presente sul territorio di Tours, con un semplice metodo di tipo fenomenologico ed adoperando le categorie della sociopragmatica di Spencer-Oatey, ho potuto intuire che lo stile conversazionale di questa città è di tipo distante, freddo e anche un po’ diffidente. Questa situazione che possiamo ritrovare in moltissime città italiane, ad eccezione forse di città come Bologna, Roma e Napoli, mi desta un sentimento di forte disagio conversazionale e pragmatico (dato che parlare significa agire per ottenere dei risultati utilizzando le parole). In altri termini, il mio disagio interazionale è il frutto dell’incontro o scontro con un retroterra socio-storico ben presente nei parlanti della comunità locale e che tale retroterra stilistico di tipo distante e diffidente sembra essere più forte dell’innovazione umana presente sul territorio cittadino. A mio avviso, tale situazione di “coabitazione” tra popolazione e stranieri dotati di status paritario non può che innescare dei malintesi o dei conflitti tra chi cerca di conservare questo stile conversazionale utile per mantenere lo status quo presente all’interno di una data comunità e chi invece intende far muovere i rapporti sociali tramite l’utilizzo di uno stile comunicativo di tipo più informale, cordiale ed informativo senza per questo rinnegare una certa distanza di sicurezza tra le persone. Questa situazione di “stile comunicativo” non condiviso non ha solo una valenza per chi si occupa di linguistica ma bensì ha dei costi notevoli per le collettività che intendono accogliere i ricercatori e i lavoratori ben preparati all’interno delle proprie mura. Infatti, questo investimento fatto dalle città può essere vanificato dalla loro ostinazione nel preservare uno loro stile di interagire con l’altro che fa sentire lo straniero fuori dal “modus vivendi” di una collettività, con la grossa possibilità che vada a vivere dove lo stile conversazionale è rinomato maggiormente inclusivo, informale e cordiale nei confronti di chi non appartiene alla comunità locale. Per uscire da questa situazione occorre individuare dei percorsi da seguire e condividere tra i membri locali e i tanti neo-locali impostando una discussione sul come impostare il futuro comunicativo all’interno di un dato posto. L‘obbiettivo chiaro di questi incontri deve portare alla presa di coscienza e alla trasformazione lenta da uno stile conversazionale di tipo distante e diffidente in uno stile vantaggioso per la stessa comunità, diventando lei stessa più informale, aperta e sicura di se stessa sia in termini linguistici che esistenziali-psicologici. La mia posizione è quella di chi vorrebbe una “protetta” informalità come modalità per ottenere una temperatura linguistica più elevata tra le persone, in quanto, in termini sociopragmatici, si potrebbe individuare nello stile informale un modo di trovare il “sole” tanto ricercato nel bollettino meteo quotidiano ma cosi tanto distante nelle interazioni quotidiane.
Questo tema non ha solo una valenza di tipo linguistico ma ricopre un ruolo fondamentale nel futuro della cittadinanza da costruire sia in termini politici che di partecipazione alla vita sociale di una città. Una vera Europa culturale non è da intendere nell’omologazione linguistica ma bensì nella ricerca di uno stile conversazionale da ampliare per “includere” il più possibile e per accogliere senza traumi l’innovazione umana ed economica presente oramai da un po’ di anni sul suolo europeo. La mia tesi è che soltanto le città e le cittadinanze che saranno dibattere di questo punto in modo chiaro e trasparente potranno attirare effettivamente in modo duraturo le migliori intelligenze e competenze utili per questo mondo in transizione che vive l’angoscia di chi si dirige in modo inesorabile dal noto al precario e dal sociale all’economico.

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