venerdì 23 aprile 2010

Cosa nasconde la questione del velo

Cosa nasconde la questione del velo: la non fiducia reciproca

Credere che le persone che sono venute a vivere in Europa siano venute in questo continente perché fossero “innamorate” della cultura europea è come pensare che ogni vostro incontro con un italiano vi porterà a conoscere Dante, Boccaccio o Petrarca oppure se ogni incontro con un cittadino francese vi porterà a conoscere tutta la storia della nazione francese. Per me in questo dibattito ci sono sia degli equivoci che delle contraddizioni di notevole rilievo in questo “falso” dibattito. La prima contraddizione per l’Europa è dovuta ad un modello economico liberista che richiede una malleabilità delle persone affinché possano essere più flessibili all’interno del mercato del lavoro, ma con un sentimento di impreparazione e di debolezza davanti alla richiesta identitaria delle popolazioni europee e la presunta identità “omogenea” dei nuovi migranti. La questione del velo che si trova di nuovo al centro del dibattito politico francese, dopo l’approvazione da parte del governo belga del divieto di indossare il Jihab nello spazio pubblico. Non dimentichiamoci che la politica culturale del Belgio è diretta dai membri del partito Vlams Block, vale a dire l’equivalente del FN in Francia e sfortunatamente della Lega Nord in Italia che ricopre lo stesso ruolo nella politica culturale dell’Italia. In pratica, i membri di questi partiti, composti da persone non preparate per affrontare i temi di natura sociale, sono diventate le persone più adatte per capire dei fatti sociali e per legiferare in questa disciplina. Un po’ con l’idea folle che quanto più sei lontano dal tema in questione quanto meglio sarai capace di legiferare a tal proposito. Uscendo da questa situazione del tutto paradossale, cercherò di pormi qualche domanda su cosa implica questo velo nello spazio pubblico. In modo banale potrei dire che il velo sembra essere una risposta in netto contrasto con la cultura “face book” imperante nel mondo culturale dei paesi più ricchi dove la faccia viene sacralizzata ed innalzata ad oggetto di culto. Dal punto di vista sociale, il velo sembra essere una risposta dura in termini semiotici davanti ad un codice vestimentario incentrato piuttosto sul “voyeurismo” (figlio della cultura del virtuale proveniente da Internet) offrendo una forma di antidotto a questo veleno della moda per tutte quelle persone che non aderiscono a questo modello di omologazione di massa. Le persone che attaccano il velo parlano di difesa di dignità della donna e di rispetto nella questione di genere. Questo punto può essere visto come giusto in linea di massima ma pecca di malafede in quanto occorreva fare questo discorso quando la situazione non era cosi incrinata tra modernisti e conservatori. In questo modo le persone che parlano di dignità delle donne si rendono colpevoli di utilizzare i momenti difficili per ripescare un “ever green” della politica differenzialista.
Dalla mia prospettiva, la vera questione è quella della non comunicazione e dell’assenza totale di fiducia tra le persone appartenenti a gruppi culturali diversi all’interno dello spazio pubblico, come se ci fossero due tifoserie composte dalle persone che portano lo Jihab e chi non indossa lo Jihab. Per me, il tema è quello di costruire delle relazioni quotidiane con le “persone” con altri problemi e convinzioni, anche se so benissimo delle tante difficoltà insite in questo genere di relazione dovute per lo più a problemi di natura economica e raramente di tipo culturale (ricordiamocelo sempre di questo punto).
La posta in palio in questo dibattito è molto alta, in quanto questo dibattito deve esser il punto di partenza di una partita che si giocherà in occidente ma che riguarda tutto il cosiddetto mondo arabofono composto in modo maggioritario da persone tolleranti ma quasi sempre rappresentato da persone anti-tolleranti.
Il mondo occidentale deve essere all’altezza della sua storia di tolleranza e di apertura culturale, affinché i tanti modernisti presenti nel mondo arabo possano citare come esempio di comprensione della diversità il nostro continente. L’Europa non deve fare l’errore di fiancheggiare in maniera inaspettata i tanti integralisti che non aspettano altro di poter citare il caso dell’Europa come terra dell’intolleranza e di un continente che non ama i musulmani . la conseguenza di questa attitudine sarà quella di dare ragione a tutti quelli che hanno deciso di rifiutare il modello occidentale di vita sia nel loro progetto migratorio sia all’interno del proprio paese. Secondo me, è proprio in questo passaggio che si scorge l’equivoco di fondo in quanto secondo la mia esperienza del mondo arabo, maturato con una presenza di due anni sul territorio e le mie numerose conversazioni con studiosi arabofoni in Francia e in Inghilterra, mi sento di dire che anche la ragazza che porta il Jihab ha gli stessi sogni, gli stessi desideri di libertà nella propria vita quotidiana presenti nelle donne che non portano il Jihab. Sempre la stessa ragazza che indossa il Jihab vuol essere vista e notata dagli uomini e intende avere il suo profilo su “facebook”. Da qui, la risposta di chiusura che intende dare l’Europa è in netto contrasto con la realtà sociologica di queste persone perché la propagazione della vita “moderna” intesa come liberalità dei costumi ha già confermato la sua netta vittoria nella partita tra modernisti e conservatori da alcuni anni. Soltanto una classe politica cieca e devota al Dio della “precarietà” per tutti gli altri ma non per se stessi, non ha capito questo punto veramente essenziale nella vita culturale europea. Dalla mia analisi emerge che il vero elemento di fragilità da parte degli europei è da ricercare nella sua produzione di “laureati” all’oscuro della propria storia e della propria filosofia di pensiero. Questo bisogno di aver dei “laureati” ignoranti del proprio passato è stato funzionale per avere delle persone malleabili all’interno di un mondo del lavoro sempre più fatto da “stagisti” e da lavoratori a “contratto determinato”. Al contrario, la complessità urbana e antropologica presente nel mondo odierno richiede una preparazione notevole da parte dei giovani diplomati, sia in termini di capacità di pensare il futuro insieme ai nuovi cittadini presenti sul territorio sia nella capacità di inventare nuove soluzioni di convivenza. Per pensare questo futuro possibile occorre avere una conversazione informale con gli altri cittadini senza aver il carattere di chi rivendica ad ogni costa dei assunti dati per scontati e quindi da ratificare da parte di tutti. Questo dialogo deve essere radicale ed autentico perché ancora da questo dialogo radicale ed autentico ricadde la responsabilità dell’Europa nel dare l’esempio di fronte alle tante sfide che toccano il mondo arabo-musulmano, come ad esempio la futura contesa politica in Egitto, il ruolo che avrà l’opposizione nel regime iraniano e la posizione della Turchia che cerca degli elementi di apertura per motivare la sua richiesta di entrare in questo club europeo che da l’impressione da fuori di esser riservato a persone non musulmane.
Ancora una volta davanti a questa situazione di notevole sfide per il continente europeo occorre individuare una soluzione nella qualità dell’intersoggettività e di rispetto della persona come soluzione da offrire per questo continente europeo evitando di lasciare le persone in balia dei veri o falsi gruppi comunitari.
Se l’Europa esiste è proprio in un contesto come questo che deve fare vedere a se stessa e a chi la guarda che ricopre un ruolo e che non accetta di essere sempre l’osservatorio dei fatti economici come ha fatto con la Cina oppure dei fatti belligeranti come è successo con gli Stati-Uniti. Ad esempio occorre avere il coraggio di essere protagonisti dei fatti umani come la vera politica “ecologica” utile per questo pianeta. Il velo è il primo tema da affrontare con questa coscienza ad ampio respiro per dare una risposta che supera l’appetito del momento e per pensare ad un futuro di sazietà umana per tutti

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