martedì 13 aprile 2010

Il concetto di Comunità di parlanti

Il concetto di Comunità di parlanti

La comunità di parlanti è il risultato di prolungate interazioni fra membri che si sono mossi all'interno di sistemi comuni di valori e di credenze per quanto riguarda la loro propria cultura, società e storia così come la loro comunicazione con membri di altre comunità di parlanti.
Queste interazioni rappresentano la fondamentale natura del contatto umano e dell'importanza della lingua, del discorso e degli stili comunicativi nella rappresentazione e nella realizzazione della relazione. La comunità di parlanti non rappresenta soltanto la lingua di un gruppo ma piuttosto il concetto di che cosa una lingua rappresenta, incorpora, costruisce e costituisce come partecipazione significativa all'interno di una data società e cultura.
Le comunità di parlanti si riconoscono come tali in quanto sono distintive rispetto ad altre comunità di parlanti.
Abbiamo molte voci critiche intorno al concetto delle comunità di parlanti, ad esempio sul problema sul come definire la lingua ed il discorso. In che modo l'analisi delle caratteristiche linguistiche, semantiche e conversazionali rappresentano realmente un gruppo di parlanti? Il secondo punto critico può essere riformulato con questa domanda: come la lingua vien usata per costruire delle relazioni e un''identità?
Queste prospettive solitamente coesistono oppure sono in conflitto nell'analisi delle comunità linguistiche.
Spesso vengono svolte delle analisi sulle credenze dei parlanti in merito alla politica e alla realtà sociale considerate come “obiettive„ secondo la prospettiva dei membri della cultura dominante. In altri termini, l'insieme dei membri di una comunità linguistica comprende la conoscenza locale delle scelte linguistiche, delle variazioni e dei discorsi sul come rappresentare le altre generazioni, il lavoro, la politica, i rapporti sociali, l'identità e ancora tanti altri ambiti.
Possiamo vedere che la complessità nel descrivere la comunità di parlanti non può essere definita da una prospettiva statica e fissata in un luogo. Inoltre, gli adulti possono vivere l'esperienza di comunità di parlanti multiple e la sua iniziale socializzazione in una data comunità di parlanti può avvenire all'interno di una cultura con dei valori comunicativi che differiscono da quelli di altre culture o comunità linguistiche che si incontreranno più tardi nella propria vita.
Morgan sostiene che il concetto della comunità di parlanti è stato costruito intorno alle teorie che riguardano la lingua come costruzione sociale. Tali teorie includono il rapporto tra lingua e rappresentazione, lingua e diversità, atteggiamenti ed attitudini nei confronti della lingua ed infine il rapporto tra lingua e potere.
Un importante lavoro di Kathryn Woolard (1985) ha esplorato il caso di alcuni abitanti della Catalogna nella loro preferenza per la scelta linguistica della lingua Catalana piuttosto che del Castigliano come un segno di status, anche se tali parlanti erano consapevoli che tale scelta linguistica veniva stigmatizzata dalla maggioranza della società. Woolard suggerisce che la nozione gramsciana di "egemonia culturale" ed il concetto del Bourdieu di capitale culturale non solo spiegano ma anticipino il fatto che gli attori sociali considerano la lingua come parte integrante della loro azione sociale. Gramsci (1971) e Bourdieu (1991) hanno analizzano la capacità della cultura dominante di imporre la propria interpretazione degli altri all'intera comunità di parlanti. Le persone che detengono il potere presentano la propria prospettiva come il modo per capire il mondo ed aderire a questa visione “ragionevole”è solo una questione di “buonsenso„, di “naturale„ per la gente subordinata e marginalizzata.
Quello che viene condiviso tra i membri è l'ideologia della lingua, credenze in merito alla lingua, identità ed atteggiamenti nell'usare la lingua. In termini sociolinguistici, possiamo dire che l'autorità linguistica controlla la correttezza del comportamento e degli atteggiamenti nei confronti dell'uso linguistico (Woolard 1985).

9.1.1 La comunità di parlanti secondo Bloomfield

Nel 1933 Bloomfield ha dato questa seguente definizione sulla comunità di parlanti: “Un gruppo di persone che usano lo stesso insieme di segnali discorsivi è una comunità linguistica “(1933). Questa definizione riflette una credenza comune di quel tempo, dove il monolinguismo fatto da una lingua, una nazione è l'esempio tipico della comunità linguistica (Anderson 1983). Questa idea presente nella definizione di Bloomfield sulla comunità linguistica è stata sfidata da Chomsky (1965) quando ha introdotto il concetto di competenza e di realizzazione ed ha abbandonato il modello che inglobava la comunità linguistica come la base dell'analisi linguistica. Sebbene la comunità di parlanti rappresenta un sistema complesso da esplorare ed analizzare, dobbiamo sollecitare una profonda riflessione su elementi come: il ruolo dell'egemonia culturale, della costruzione e della ricostruzione dei valori, delle norme e dei criteri nella rappresentazione della comunità e perché le differenze presenti tra i gruppi non distruggono le comunità linguistiche?

9.1.2 La comunità di parlanti secondo Gumpertz

Gumpertz (1968) ha fatto rivivere il concetto di comunità di parlanti considerandola come una costruzione sociale.
Gumpertz definisce la comunità di parlanti come “tutto il complesso umano caratterizzato da interazioni normali e frequenti per mezzo di un corpo comune di segni verbali e si è regolarizzato tramite differenze significative nell'uso della lingua„ (1972). Gumpertz ha concentrato la propria attenzione sulla comunicazione interpersonale ed ha determinato che la nozione di interazioni e di contatti costanti, ripetuti e prevedibili è essenziale affinché una comunità di parlanti possa esistere. Nei suoi lavori Gumpertz ha sostenuto che “le varietà di discorso impiegate all'interno di una comunità di parlanti formano un sistema perché sono collegate da un comune insieme di norme sociali„. Questa concezione della comunità di parlanti comprende la nozione di rappresentazione sociale e di norma sociale sotto forma di atteggiamenti, di valori, di credenza, di pratiche e con l'idea che i membri delle comunità di parlanti fanno funzionare la loro lingua come un prodotto sociale e culturale.

9.1.3 La comunità di parlanti secondo Dell Hymes e Labov

Dopo Gumpertz, Dell Hymes descrive la comunità di discorso come un “concetto fondamentale per il rapporto fra la lingua, il discorso e la struttura sociale„ (1964). Dell Hymes ha considerato il tema del confine come essenziale per riconoscere che le comunità non sono per definizione unità statiche.
Infatti, il modello di Dell Hymes denominato come "etnografia del parlato" sostiene l' importanza della competenza comunicativa, ossia una conoscenza che un parlante deve avere per svolgere la sua funzione di membro di un gruppo sociale.
La competenza comunicativa si basa sull'uso della lingua e sulla socializzazione avvenuta all'interno di una cultura. Tale competenza comunicativa diventa riconoscibile sia tramite la correttezza grammaticale così come dall'appropriatezza degli atti linguistici all'interno di un evento linguistico valutati e confermati dagli altri membri di una comunità di parlanti.
La competenza comunicativa significa in altri termini la conoscenza di come usare la lingua ed il discorso.
William Labov (1972) ha scritto che “ la comunità di parlanti non è definita da alcun accordo nell'uso degli elementi della lingua, quanto piuttosto dalla partecipazione ad un insieme di norme condivise”. Tale comunità di parlanti è da considerare all'interno del contesto sociale (le classi sociali e gli stili comunicativi sono collegati agli studi di sociolinguistica.
Per molti aspetti, la difficoltà metodologica nell'adoperare questo concetto è nel riconoscere gli atteggiamenti incorporati nella lingua, così come la nozione di credenze e di valori condivisi all'interno dell'analisi delle pratiche linguistiche.
All'interno della stessa comunità di parlanti, il parlante deve negoziare la lingua, i dialetti e i vari stili discorsivi.
In conclusione, possiamo dire che la comunità di parlanti rappresenta la localizzazione di un gruppo nella società e del suo relativo rapporto con il potere. Questo rapporto è importante per comprendere come gli attori sociali si muovono all'interno e tra le varie comunità di parlanti. Rimangono molte domande sul funzionamento della comunità di parlanti: ad esempio come le comunità di discorso riescono a comprendere le norme egemoniche e come producono le norme, i valori ed atteggiamenti che fanno sì da non rientrare nel discorso dominante e rimanere nell'opposizione al discorso dominante?
La comunità di discorso porta all'interno di sé il concetto sulla produzione della conoscenza con l'uso della lingua. Ma tale conoscenza è il prodotto di una pratica: “la pratica di discorso è la pratica del significato di produzione.
Se tutte le pratiche sociali richiedono significazione, tutte le pratiche hanno una funzione discorsiva.
Il discorso entra a far parte delle influenze di tutte le pratiche sociali. La nozione di comunità di parlanti illumina con efficacia il rapporto nella produzione del significato fra lingua e l'identità, tra politica e società. Il concetto di comunità di parlanti lega l'importanza della conoscenza locale e comunica la competenza nell'attività discorsive in modo tale che i membri possono identificarsi come "insiders" oppure come "outsiders", oppure come membri che stanno rientrando nella comunità di parlanti ed altri che vivranno in arie di contatto oppure vivranno ai margini della comunità di parlanti.

9.2 La “speech communities”

La nozione di speech communities si concentra intorno ad un insieme di individui che condividono non soltanto la stessa lingua ma anche le stesse norme comunicative ( le stesse ways of speaking, secondo D.Hymes). Partiremo da alcuni ritagli fatti in modo aprioristico, in unità di estensione variabili ( grandi aree culturali, nazioni, o sotto-insiemi più piccoli, quindi supposti essere maggiormente omogenei), anche se niente garantisce all'inizio la possibilità di giungere a delle generalizzazioni pertinenti. L'approccio interculturale presuppone l'esistenza di grandi “ tendenze generali”, che trascendono le variazioni sociolinguistiche o “sotto-culturali” (legate per esempio al sesso del soggetto, alla sua età, alla sua professione, cittadino o uomo di provincia). Tale ipotesi di lavoro è maggiormente accettabile nelle società più omogenee, come ad esempio la società giapponese piuttosto che in una società più meticciata come quella statunitense, francese ed anche italiana dove l'unità che si cerca tramite l'analisi dell'ethos va ricercata con dei contorni più dettagliati ( istruzione, provenienza geografia, sesso, professione).
Altro elemento di incertezza che pesa sulla nozione di ethos è da ricercare in un quesito di Kebrat-Orecchioni: quale è esattamente il livello dove si colloca l'ethos?e quali sono le procedure di passaggio da un livello ad un altro? Per rispondere a tali quesiti possiamo concordare con Wierzbicka quando afferma (1991:64):

“It seems to me that it is very important to try to link language-specific norms of interaction with cultural values, such as autonomy of the individual and anti-dogmatism in Anglo-Saxon culture or cordiality and warmth in Polish culture”, ma potremo anche chiederci con Kilani-Schoch (1997:85):

“Come dei microfenomeni discorsivi vengono ricollegati a delle macrostrutture culturali più ampie?

Per rispondere a questa domanda, sembrerebbe necessario distinguere tre piani, da quello più “superficiale” al più “profondo”, e correlativamente, dal più “micro” al più “macro”.

(1) Piano superficiale: si identificano dei fatti isolati, che sembrano culturalmente pertinenti come parole chiavi, termini di allocuzione, formule ritualizzate, atti linguistici, comportamenti prossemici, ecc

A questo livello la principale difficoltà risiede nell'interpretazione dei fatti rinvenuti, come per le formule di benedizione presenti nell'arabo,oppure gli onorifici giapponesi o gli inviti a casa dei urdu. Quindi, correlativamente, la frontiera si annebbia tra i fenomeni di natura pragmalinguistica o di sociopragmatica, riprendendo un interessante ma problematica distinzione stabilita da Thomas (1984), affinché si possa rendere conto soprattutto delle diverse tipologie di fallimenti o “failures” che possono sopravvenire in situazione interculturale.
Per esempio, all'uscita di un museo in Italia, una giovane custode ci lancia un “Salut!”, amabile ma inappropriato. È probabilmente un calco da “Ciao” ma come interpretarlo? Se il termine italiano è un po' meno famigliare che il “Salut”, si tratta di un' inadempienza pragmalinguistica; oppure se nella lingua , “ciao” ha esattamente lo stesso valore di “salut”, l'inappropriazione è di natura sociopragmatica, rinviando ad una concezione leggermente differente della relazione sociale in quel contesto.

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