lunedì 19 aprile 2010

Lo spazio abitativo come scena culturale

Lo spazio abitativo come scena culturale

Lo spazio abitativo come metafora del tuo spazio esistenziale

La premessa iniziale parte da questa osservazione fatta tra me e me: vivere in 9 metri quadri ti offre un’altra visione del tuo spazio vita con te stesso e con gli altri. Prendendo in prestito il termine di “scena culturale”dal modello di lavoro di Dell’Hymes denominato SPEAKING ho voluto indagare la presenza o meno di una correlazione tra proprio spazio abitativo e spazio esistenziale. La mia tesi è quella di affermare che la riduzione dello spazio abitativo ha delle ripercussioni psicologiche sul vostro spazio di vita o di richiesta di “esistenza” in quanto ci si abitua a vivere in un piccolo spazio abitativo sinonimo del vostro piccolo spazio di richiesta di vita. Quando si vive in un piccolo spazio abitativo sostengo che sul piano inconscio della propria personalità avvenga una riduzione delle richieste personali di spazio che merito per vivere nel teatro della vita, in quanto la mia condizione abitativa mi riporta alla mia condizione esistenziale e anche socio-economica in ultima analisi. In un mondo ridotto al “tutto economico”, questo spazio abitativo ridotto al massimo mette in risalto la propria condizione di marginalità e di debolezza all’interno della vita economica di un dato territorio.
Prendiamo l’esempio dello spazio abitativo all’interno di una residenza universitaria in Francia dove lo spazio in termini di metri quadri arriva a 12, causando secondo la mia riflessione un ripiegamento su se stessi in termini socio psicologici dato che lo spazio abitativo non permette di accogliere gli altri nel proprio spazio abitativo. Al contrario questo spazio di stanza-casa permette, ad differenza del modello di residenza per studenti, un’intimità con gli altri ma senza una vera e propria socializzazione. Ad esempio, questo sentimento di non poter condividere il proprio spazio di vita con qualcuno ha delle conseguenze nella tua vita con gli amici, in quanto si tende a non invitare i propri amici ad entrare nella propria stanza-casa, creando quel sentimento di eterna estraneità anche con le persone ritenute “importanti” all’interno di questa data scena culturale denominata residenza universitaria.
Se prendo invece le residenze che ho conosciuto nel contesto culturale italiano posso dire che spesso non è concesso di vivere da soli nella propria stanza in quanto viene spesso condivisa con un’altra persona, eliminando di fatto ogni possibilità di intimità sia con se stesso che con gli altri. In pratica, la vita in residenza in Italia è una vita da considerare come una parentesi e quindi vengono eliminati i rituali di personalizzazione della vita all’interno della residenza, come ad esempio eliminando la presenza di una cucina nella propria stanza o di una stanza singola.
A differenza della Francia, la stanza in residenza in Italia è più grande in metri quadri come traduzione di un maggior spazio di movimento concesso all’interno di una stanza-casa, dove la casa è vissuta secondo la tradizione italiana come la cellula primaria di ogni forma di vita identitaria e sociale.
Questo esercizio di comparazione dello spazio abitativo tra residenza francese ed italiana fa capire una grossa differenza tra le due comunità culturali in quanto la residenza francese permette una certa vita intima senza sottrazione o messa in parentesi della tua persona durante un periodo formativo ed esistenziale molto importante per la propria crescita umana e interazionale “con e per gli altri” mentre quella italiana tende ad eliminare ogni forma di vita intima in ogni luogo dove si è costretti a vivere con gli altri creando di fatto un elevato tasso di frustrazione, ma allo stesso tempo questa stessa frustrazione permette un miglior controllo della popolazione della residenza e dei futuri cittadini che sono passati per questo genere di esperienza.

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